
Dopo aver ascoltato un lavoro come “…Where Mountains Walk”, non si può non condividere l’idea che vede il contrasto come essenza generatrice di fecondità concettuale, ed in questo caso specifico, compositiva. I Juggernaut hanno partorito un gioiello di post-core emozionale di caratura elevata, un lavoro che riesce a vestirsi, come un novello golem, di fango e pesantezza nelle sue deformazioni sludge e nel contempo riesce a donare una continuità di sensazioni intime e sofferte.
L’album si compone di dieci tracce forti di intensità e di sperimentazione ove danzano gli spettri di quelle visioni apocalittiche a cui ci hanno abituato i Neurosis (in particolare nel riffing pesante e nebuloso e nelle vocals straziate), ma anche le implosioni intimiste dal mood aereo dei Klimt 1918 (Marco Soellner è presente in qualità di guest). Da queste due componenti prendono forma composizioni di qualità superiore come la dolorosa “Of Snakes and Men” o “Flamingoes”, brano oscillante tra intense dichiarazioni di fisicità e divagazioni surrealiste, nel suo sprazzo jazz. Seguono altre ottime tracce come “Ghostface” e “Thank You For Not Discussing The Outside World”, ove si fa strada una necessità espressiva fatta di continui rimandi ad una interiorità che palesa sensazioni oniriche fatte di risentimenti e disillusioni, le stesse che si avviluppano nella poetica di “Diario”, ove più che ad un brano ci si trova al cospetto di una dichiarazione d’impotenza rispetto al compimento di sé stessi.
Un lavoro che ha la forza di rottura delle avanguardie nel suo restare sospeso in una continua tensione protesa ad un compimento, che è già presa di coscienza, di morte ed immobilità. Un continuum di cangianti e brumose visioni Lynchiane. Musica come dichiarazione di poesia e metafora.