
Un personaggio come Juliette Lewis ha bisogno di ben poche presentazioni. Vuoi per il proprio ricco curriculum capace di spaziare tra cinema e musica, vuoi per una indole volta a dar sfoggio di una personalità inquieta, sempre in bilico tra red carpet e schianti punk-rock. Fatto sta che l’attrice e cantante di L.A. riesce, nel bene o nel male, a far parlare di sé.
In questa occasione è il proprio profilo musicale a venire in primo piano, un profilo profondo e personale, che con Terra Incognita da dimostrazione, che anche in veste solista (accantonata la parentesi con i The Licks), la Lewis riesce a farsi rispettare, grazie ad un sound vibrante e nervoso che non nasconde i propri riferimenti ad artiste del calibro di Patty Smith e Janis Joplin, ed in particolare ad una femminilità fatta di impatto e poesia, vero e proprio denominatore comune che fa da collante tra le due artiste sopracitate. Nel dipanare il proprio sound, la Lewis si affida all’esperienza di Omar Rodriguez-Lopez dei Mars Volta, che mette al servizio di Juliette, tutta la propria aliena esperienza sonora. Il risultato di tale collaborazione si fa strada attraverso dodici brani (di natura alternative-rock) sempre ben strutturati che mettono in primo piano la voce roca, forte ed emozionante della Lewis.
A partire dal morbido e soffocante “Intro” (con il proprio risuonare distante ed alieno), sino a giungere alla finale “Suicide Dive Bombers” si fa subito palese la volontà di Terra Incognita di concedere ben poco alla facilità e alla ricercatezza artificiosa, in favore di un sound secco, nervoso ed arido fatto di strutture che si increspano di continuo e si lasciano apprezzare per le proprie articolazioni irregolari e schiette, come nel caso della bella ed inquieta “Noche Sin Fin” o della sfrontata “Fantasy Bar” (pregna di richiami punk). Su tutte si erge il blues elettico di “Hard Lovin’ Woman” capace di incidere profondi solchi nell’animo dell’ascoltatore, grazie ad un cantato che è pura emozione.
Un lavoro capace di guardare alla tradizione rock americana ma che non rifiuta spettri e divagazioni alternative. Un album che è un solido punto di partenza per Juliette Lewis, sulle basi del quale non si potrà che fare meglio. Un piccolo affresco fatto di aridi paesaggi rock, alieni richiami alternative e sanguigno blues entro il quale si agita un animo femminile fatto d’impeto.