
Chi già conosce gli irlandesi Mael Mórdha, non aspetterà di certo questa recensione per far proprio questo nuovo album della band, intitolato “Manannan”. Per chi invece fosse ancora cieco rispetto alla band ed al maestoso sound che essa, anche in questa occasione, è riuscita a sprigionare, la recensione potrebbe rivelarsi arma utile a far si che quella cecità divenga vana.
“Manannan” è il terzo full-length della band, segue a tre anni di distanza il predecessore “Gealtacht Mael Mórdha”, album che aveva imposto gli irlandesi, quali interpreti originali di quella miscela sonora che ingloba Doom, Epic ed elementi di musica celtica in un ibrido ferale e marziale. Ma procediamo con ordine, in modo da introdurre la band a coloro a cui questo scritto sarà di maggiore utilità.
Il moniker Mael Mórdha è tratto dal vero nome di un antico re della provincia irlandese che guidò un sanguinoso moto rivoluzionario contro l’alto re d’Irlanda, Brian Borù. Il moto rivoluzionario culminò nella colossale battaglia di Cluain Tarbh (oggi, Dublino) ove numerosi condottieri incontrarono il proprio fato. È da qui che deriva ogni forma di ispirazione della band; e questo lascia intendere al lettore le atmosfere che la band pone in primo piano attraverso le proprie composizioni.
“Manannan” è il nome della divinità irlandese del mare e come tale, la denominazione dell’album inquadra alla perfezione il sound di cui questo si fregia. Un sound che come il moto marino sa essere cheto e riflessivo (in particolare quando le componenti strumentali celtiche e tradizionali prendono il sopravvento), ma anche fatto di stati di puro impeto. Otto brani che in realtà hanno la forza di odi guerresche e il fascino di antiche leggende. Otto monoliti di viscerale forza, fatti da riffs grevi, vocals fiere e ritmiche che scandiscono di volta in volta le fasi di una contesa fatta di fisicità e stati d’animo che rimandano al ricordo ed alle virtù degli antenati.
Vi basterà ascoltare il capolavoro “The Doom of the Races of Éire” per essere catapultati al centro di selvaggi assalti frontali fatti di asce e mazzafrusti, così come sarà impossibile resistere alla commozione che è capace di suscitare un brano come “Our Ancestors Dwell Here”. Prescindendo dai singoli meriti, vi basterà sapere che la band si pone a metà strada tra i rimandi storici dei Tyr e la ferocia degli Amon Amarth, aggiungendo a ciò l’originalità degli elementi tradizionali (cornamuse, flauti e corni) in una continuità di sensazioni uniche per trasporto ed intensità.
Se amate le sonorità legate al culto degli antichi miti ed alla forza ancestrale legata alla conoscenza di questi, non potete fare a meno di questo lavoro, anche perché di dischi di tale caratura se ne contano davvero pochi. Un album capolavoro, un vero e proprio trattato di Doom/Epic Metal ed elementi tradizionali.
Che la battaglia abbia inizio.