
È innegabile che negli ultimi anni le sonorità thrash metal stiano ritornando con forza alla ribalta. Ed è altrettanto innegabile che le bands che hanno fatto la storia del genere stiano risentendo (a parte gli Slayer) di questa nuova ondata di bands, che hanno riciclato alla perfezione, in toto, gli stilemi delle sonorità speed e thrash che a partire dalla prima metà degli 80’s fecero la fortuna dei vari Metallica, Anthrax, Overkill, Exodus e degli stessi Megadeth di Dave Mustaine, autori di veri classici senza tempo come Peace Sells... But Who's Buying? o di Rust in Peace, da un lato, e di albums mediocri come Cryptic Writings e Risk, dall’altro. Già con il precedente United Abominations la band aveva lasciato intravedere dei barlumi di eccellenza, ma soprattutto si era scrollata di dosso quella componente legata ad un sound che privilegiava l’immediatezza alla ruvidità. Oggi con Endgame i Megadeth si ripropongono all’audience tutta con rinnovata carica, e lo fanno con un sound che riporta in primo piano una dialettica strumentale, fatta di riffs intricati e veloci, cambi di tempo repentini ed una ruvidità di fondo, che mancava al sound della band dai tempi di Countdown to Extinction. Quello che in particolare viene fuori, dopo aver ascoltato questo nuovo Endgame, e che la band di Mustaine (forte anche dell’inserimento nella line-up di Chris Broderick, già con: Ballistic, Nevermore, Jag Panzer), non ha avuto bisogno di riciclare se stessa per produrre un disco all’altezza delle aspettative, ma ha recuperato quella indole vincente che mancava da tempo e che faceva risuonare i vari lavori post-Youthanasia, svogliati e privi di carica.
Endgame è composto da undici tracks qualitativamente elevate, che riescono a recuperare l’astio di So Far, So Good...So What! le lunghe ed arrembanti sferzate strumentali di Rust in Peace e la vena armonica di Youthanasia, senza per questo risuonare stantie. Ad aprire l’album troviamo, quella che è subito una dichiarazione di intenti sonori, ovvero l’accoppiata “Dialectic Chaos” – “This Day We Fight!”, la prima (una track strumentale) retta da riffs veloci entro i quali si fanno strada gli ottimi solos della coppia Mustaine/Broderick intenti a rincorrersi sino sfociare nel riff violentissimo (in pieno thrash style) della seconda, una killer track che diverrà di sicuro un must della band, perché recupera tutti gli elementi del classico Megadeth-sound. Quel sound fatto di continue intrusioni di velocissimi solos, riffing nervoso e di una ruvidità vocale, che lo stesso Mustaine sembrava aver smarrito da tempo. Si prosegue con “44 Minutes”, mid-tempo roccioso dall’ottimo chorus che ricorda da vicino le melodie di quanto proposto dalla band in Youthanasia, e con “1,320”, aperta da un riff infuocato e veloce e dominata nel finale da una parte strumentale di livello assoluto. L’album viene fuori su uno standard qualitativo elevato, passando per la tagliente “Bite The Hand That Feeds” e per il nevrotico mid-tempo “Bodies Left Behind”, che ricorda da vicino quella “Hungry Again”, che ancora oggi in sede live i Megadeth eseguono con dedizione. Si giunge così alla roboante titletrack, che stupisce per aderenza allo spirito meccanico ed alieno di Countdown to Extinction. A questo punto arriva l’unico passo falso di questo lavoro: “The Hardest Part Of Letting Go... Sealed With A Kiss” è una power-ballad scialba e fin troppo prevedibile, ma è un piccolo episodio isolato, che se da un lato tende a tediare l’ascoltatore ne aumenta le aspettative per la song seguente, che si rivela essere anche il primo singolo scelto dalla band per promuovere il disco, questa è “Headcrusher”, vero e proprio manifesto sonoro del nuovo corso Megadeth. Un brano aperto da un riff spettacolare, un riff che colpisce per potenza velocità e precisione, una vera e propria killer-track, con un Mustaine intento ad incanalare nelle vocals la propria rabbia con rinnovata intensità. Prima di spegnersi definitivamente, l’album ci regala altre due buone tracks, “How The Story Ends”, dalle melodie forti e dai riffs quadrati e compatti, e la finale “The Right To Go Insane”, mid-tempo forte, dominato dalle vocals graffianti di Mustaine e da una repentina accelerazione nel finale.
Concludendo, non si può non ammettere che i Megadeth siano tornati in grande stile, perché sono riusciti a recuperare i classici elementi del proprio sound, senza per questo creare un clone di se stessi o semplicemente perché hanno spostato il proprio essere musicale verso una semplicistica aggressività. Ma semplicemente perché sono stati capaci di ritrovare se stessi, rimettendo in primo piano il riffing e la rabbia, una rabbia che non è mai frutto di puro istinto, ma passa attraverso il dominio della ragione. Un disco aggressivo, forte e soprattutto intelligente.