
“Potevamo stupirvi con effetti speciali da chart, dare alle stampe qualcosa di ostico ma allo stesso tempo orecchiabile come accade nelle ultime produzioni Hardcore/Metal, ma siamo musicisti e questo ci impedisce tratti di ipocrisia e ci stimola al superamento del quotidiano”. Potrebbe suonare in tal modo una riflessione sul progetto Mombu da parte dei suoi autori Luca T. Mai e Antonio Zitarelli, rispettivamente di Zu e Neo. Dico questo, perché di produzioni originali nel campo musicale ve ne sono, per fortuna, ancora, ma di produzioni uniche ve ne sono davvero pochissime.
Ma veniamo a dar lumi riguardo a questo progetto: i Mombu sono e saranno un vero e proprio caso musicale, perché la combinazione (puramente strumentale) di un sax e di percussioni non la si riscontra in ogni dove. E se a questo assetto aggiungete un background che parla di stralci Hardcore/Metal, di disordine Jazz e di una ispirazione che va a richiamare a sé l’ossessività di un sound viscerale ed ipnotico, figlia del ritualismo africano, allora forse alla vostra coscienza dovete concedere il beneficio della mancanza e far vostro questo disco.
L’album è composto da otto brani che sono pura diversità modale sonora, una diversità che sa farsi profondamente aggressiva (i suoni di sassofono sono meravigliosamente pesanti, così come alcune parti ritmiche) ma anche fine, nelle sue venature Jazz. Una diversità nei modi che va oltre ogni appeal sperimentale e che è forma compiuta. I brani, lunghi o brevi che siano, riescono a trasportare l’ascoltare entro un universo sensoriale nuovo. Immaginate, per assurdo, di fondere i vuoti dei Neurosis con arrangiamenti Afro (in questo senso il brano “Mombu Storm” è esemplare) ed avrete una possibile risposta a quanto questa recensione cerca di giungere.
Un disco che è insieme: esercizio di rottura, forza creativa ed innovazione. Torrenziale, arcano ed avvolto da un mood di fondo primitivo e coinvolgente.