
“…the weight of the soul depends on what you've learned”; è con questa frase di “Under the Bridge of Sanity”, brano contenuto in “Modus Operandi” nuovo album dei Nameless Crime, che mi piace iniziare l’analisi del lavoro in questione. Si perché il peso o l’ampiezza dell’animo è assoluto frutto di quanto l’uomo riesce far proprio, ma nel caso specifico l’animo e il modo di sentire e di rappresentare sensazioni, emozioni e vissuto fanno da punto focale per dar lumi al lettore rispetto a questo lavoro. Ma prima di far ciò, occorre posizionare storicamente i Namless Crime.
La band campana autrice già di due Full-length non è più la stessa, o meglio a rappresentarne il passato infarcito di power metal è rimasto il solo bassista Raffaele Lanzuise che ha unito le forze con Maddalena Bellini e Daniele Ciao, rispettivamente chitarrista e batterista degli Endorphine. A questi, si aggiungono completando il nucleo dell’act, Dario Guarino alla voce e Dario Graziano alle tastiere. Naturalmente quando gli elementi fondamentali di un nucleo cambiano anche l’espressività dello stesso e le modalità, in questo caso sonore, subiscono una rigida sferzata, ed ecco che i nuovi Nameless Crime, prima focalizzati entro una musicalità fin troppo di genere e priva di aperture, oggi si impongono come una band dove a trionfare sono le nature ibride di un sound che ingloba: Thrash Metal di matrice contemporanea, rimandi Progressive e minuziose sfaccettature di fosco Alternative.
L’album è composto da dieci brani dalle strutture multiformi che volutamente non si donano mai in maniera lineare e che eludono qualsiasi rimando a forme di banalità, questo non deve lasciar pensare ad un lavoro complesso o distante dalla tracciabilità mnemonica. Perché “Modus Operandi” partorisce una continuità di melodie che intessono sempre con l’ascoltatore un dialogo ove è il trasporto a farla da padrone. Un trasporto che si fa strada in maniera interpretativa nella prova del singer, e che ricorda molto da vicino il Warrel Dane più intimo. Che si tratti della violenta ed allucinata “Feedtime”, o dell’armonia rassegnata di “Unsigned“, poco conta, perché la maestria con cui la band cura e cesella ogni singola nota e colorazione vocale è frutto di una accresciuta personalità compositiva. Naturalmente, tale personalità si nutre anche di un piglio tecnico d’alto rango, che si lascia apprezzare con il passare degli ascolti.
Ma la cosa che davvero fa fare al disco il salto di qualità definitivo, è quel suo restare entro lidi stilistici che contemplano i grigi e che per questo si non si definiscono mai in maniera assoluta. In virtù di quanto detto, il mood di fondo del disco si fregia di contemporaneità, e come questa sa essere immediato, complesso, feroce e risentito.
Tornado, in conclusione, alla frase con cui avevo aperto, se il peso dell’animo è frutto di quanto si è imparato, i Namless Crime hanno dimostrato di avere inglobato tanto e di essere oggi capaci di dare alle stampe qualcosa dotato di una maturità unica. Un lavoro che è dimostrazione di poetica crepuscolare.