
Il 2009 appena trascorso ha relegato verso la propria fine un colpo di coda a dir poco straordinario per tutti gli amanti del metal di caratura elevata e più in generale per tutti gli amanti della buona musica.
Sto parlando di “October Dawn” secondo studio album dei portoghesi Oblique Rain, un suadente viaggio progressive metal nei meandri di un animo autunnale e melanconico, un animo pregno di riflessività e di classe compositiva ed esecutiva.
Ma procediamo con ordine, partendo dal qualificare con cura la proposta sonora della band. Il progressive dei portoghesi non deve far pensare ai classici stilemi portati avanti da Dream Theater né a quelli, dal piglio power e pomposo di Symphony X, quanto ad un ibrido che plasma in una dialettica compositiva di livello superiore, l’animo oscuro dei Katatonia e l’estetica di Opeth e Porcupine Tree.
L’album consta di nove tracce che sono vera e propria poesia, in un rincorrersi di metriche disegnate da quella circolarità di riffing, di cui i Tool sono espressione massima, carezzevoli introspezioni melodiche dal mood contemplativo ed estatico, ritmiche che sono apoteosi di controtempi e di precisione. Su tutto le vocals di Flávio Silva dalle tonalità calde ed ipnotiche, vere espressioni di stati di interiorità, simili per trasporto a ciò che Warrel Dane dei Nevermore riuscì a fare in un lavoro come “Dreaming Neon Black”.
L’album ripercorre quello che può essere definito “cambio interiore”, un cambio che è un passare, uno scorre di stati d’animo che trovano metaforicamente forma in un alba (intesa come rinascita) autunnale, che è insieme privazione ed autentica manifestazione del nuovo. Si va dalle notturne “Out There” e “Soul Circles” alle situazioni kafkiane di “Absent Awry”, “Reminiscence” e “Inanity”, brani che non fanno altro che preparare il terreno al capolavoro “Spiral Dreams”, brano ove vengono in primo piano echi death metal, veri e propri testimoni delle difficoltà che “il cambiamento” (essenza del disco) porta con sé. E si giunge così alla liberazione della soffusa “Dawn”, piccola parentesi acustica, prima della crepuscolare e conclusiva “Darker Woods”, celebrazione della notte e di una nuova attesa plasmata da una continuità di note e melodie fatte di pura bellezza.
Un lavoro dotato di un trasporto emotivo di livello assoluto. Profondamente affascinante ed oscuro. Una gemma.