
Se ha senso chiedersi cosa è oggi, dopo la venuta ad essere di correnti come il Funeral Doom ed il Drone, il Doom/Death Metal, a tale quesito potrebbero dare degna risposta i tedeschi Ophis. La band formatasi nel 2001, con questo “Withered Shades” da alle stampe il secondo album e lo fa in maniera davvero ottima, anche se bisogna subito mettere in conto che la proposta tutta elude i lidi della facilità e si colloca entro un baratro confortevole unicamente agli ascoltatori più avvezzi al genere in esame.
Una della cosa che mi spinge a dire questo è prima tra tutte la durata delle tracce che vanno da una durata minima di dieci minuti ad una massima di sedici. I brani presentati sono cinque e si contraddistinguono per il proprio essere devoti ad esperienze dolorose e cupe, queste si adagiano perfettamente nei meandri dei riffs lisergici e nei momenti riflessivi, di forte impatto emotivo, che man mano la band mette in campo. Trattandosi di Doom/Death Metal è anche costante il ricorso ad accelerazioni ed a strutture più complesse, rispetto a canoni standard del Doom o del Funeral. Ottime le vocals di Philipp Kruppa, impegnato anche alla chitarra, che scavano solchi profondi e nerissimi grazie ad un utilizzo del growl sempre attento a restare bene ancorato a tutto ciò che gli anni 90 hanno offerto in ambito death classico.
Le tracce presenti sono tutte ottime e spesso si stagliano sulla soglia dell’eccellenza, come per “Suffering is a Virtue” vero e proprio manifesto dell’album, un brano ombroso all’inverosimile capace di far riaffiorare i ricordi delle primissime produzioni Tiamat, anche se al feeling più sognante e poetico degli svedesi, qui si sostituisce una vena rassegnata, pregna di rimandi da fine incombente.
Un lavoro tanto difficile quanto affascinante. Una cortina di dense colorazioni scure e di sensi escatologici da fine incombente, chiusi meravigliosamente da quella “Halo of Worms”, testimone sonora di trapasso e di larve affamate di carne putrida.