
Così come nella letteratura si parla di scritti (romanzi, racconti ecc..) di genere, anche nel Metal spesso viene usata la denominazione “di genere” per indicare alcuni lavori. Ma cosa si chiede a un disco di genere per non essere unicamente schiavo della formalità? Prima di tutto un disco di genere, facendosi portatore di un campo ristretto di influenze, deve restare fedele a quelle senza svilire, riproponendo in toto la materia musicale d’altri, la propria creatività. Per dirla in parole povere deve essere equilibrato tra aderenza ai campi del genere e personalità.
Spesso, tale equilibrio è difficile da trovare e si rischia di far si che un disco possa risultare un mero esercizio di stile, altre volte però capita che vengono alla luce dei lavori, che nonostante la “ristrettezza” del genere proposto, sono composti in maniera tale da ridare linfa al genere tutto. Questo è il caso di “Destroyers of the Faith”, primo full dei cileni Procession, una band che se saprà mantenere intatte qualità ed intensità che permeano da dentro quanto album, potrebbe balzare alla ribalta di tutto il movimento Doom Metal. Lo stile dei cileni, pur di matrice classica, è influenzato in larga parte dal mood Epic Metal ed in più di una occasione la band ricorda da vicino i nostrani Doomsword, anche se c’è da dire che le tematiche dei Procession si tengono lontane dalle gesta eroiche e vanno a pescare a piene mani dai temi cardine del Doom Metal: morte, pestilenza, paesaggi cimiteriali.
L’album è composto da sei brani a tinte fosche, assolutamente perfetti nel proprio aderire alle metriche del genere di riferimento, sei brani che si muovono entro lunghi downtempos e che sono resi maestosi ed imperiosi da un cantato di Felipe Plaza Kutzbach (impegnato anche alla chitarra). E se la titletrack apre una macabra danza epico/oscura, la seguente “The Road to the Gravegarden”, nei suoi undici minuti è capace di riportare alla mente le migliori produzioni di Reverend Bizarre e Lord Vicar, per ciò che concerne il modus sonoro, e di richiamare a sé spettri di teatralità che solo i Candlemass e i primi Count Raven potevano vantarsi avere nel proprio bagaglio compositivo.
Altra perla è “Tomb of Doom” aperta da un paranoico arpeggio distorto che si svela entro un canonico, ma indimenticabile, riff; qui il parallelo con i Candlemass più ossessivi e malinconici (quelli di “Samarithan per intenderci) non è assolutamente forzato. Chiude il disco “White Coffin”, il brano più nero del lotto, aperto da una scosciante pioggia e da un nuovo arpeggio sotteso a creare un senso di tensione che culmina in un chorus ove la voce del singer diviene pura poesia.
Uno splendido affresco di genere, un must per ogni supporter del Doom Metal, da affiancare a “In the Rectory of the Bizarre Reverend” e perché no a “Epicus Doomicus Metallicus” e “Storm Warning”.