
..e così Waldemar Sorychta si rivelò la vera arma nascosta del battaglione Sodom. Potrebbe risuonare in tal modo un giudizio postumo riguardo a questa nuova release della band tedesca. Si perché l’eccellenza ricercata dai Sodom sin dall’ottimo “'Til Death Do Us Unite” trova finalmente coronamento ultimo. Il lavoro del produttore polacco ha fatto si che il ferreo combo capitanato da Tom Angelripper scavasse dentro di sé ed abbandonasse il minimalismo in favore di strutture sonore più variegate ed intense. Diciamola tutta, nonostante le ultime prove di buona caratura, “svecchiare” il sound della band era del tutto necessario, altrimenti si sarebbe rischiata la parodia di sé stessi già avvenuta con il mediocre “Masquerade in Blood”. Quanto detto non deve spaventare i supporters più oltranzisti, i Sodom erano e sono ancora una macchina da guerra, solo che gli assalti frontali, in questa occasione, si nutrono meno di impeti ciechi e guardano con maggiore insistenza anche al fattore compositivo, non scarificando per questo, tutto all’altare della barbarie.
“In War and Pieces” è un lavoro che plasma insieme continuità e ricercatezza. Sin dall’apertura affidata alla titletrack si può ascoltare l’influsso del produttore, nell’imporre un brano aperto da apocalittiche chitarre acustiche e tempi marziali che accompagnano la voce truce di Tom con un vero wall of sound. La seguente “Hellfire”, come lo stesso titolo anticipa, ci ripresenta i Sodom nella classica veste diretta e pura e preparano il terreno alla prima sorpresa del disco. Mi riferisco a “Through Toxic Veins”, a metà tra impeti ed oscuro cantare da trincea, in particolare le chitarre di Bernemann si sviluppano entro momenti di melodie buie e tetre come mai fatto prima. “Nothing Counts More Than Blood”, continua sulla strada tracciata dalla precedente e si lascia apprezzare per il bridge in cui le urla di Angelripper tendono a divenire quasi epiche nel proprio strozzare al vetriolo il testo. “Storm Raging Up” è un buon brano anche se in qualche punto risulta fin troppo prevedibile, mentre “Feigned Death Throes” è un brano molto ragionato dal riff sofferto e dagli scatti al limite dell’Hardcore, nel chorus.
“Soul Contraband” pur mantenendo intatta l’indole selvaggia del Thrash Metal di scuola Sodom si sposa alla meraviglia con una serie di giri di chitarra sinistri ed atmosferici nel chorus, sino a divenire uno degli episodi di maggior spessore dell’album tutto. Ma è ecco la vera sorpresa del disco, risponde al nome di “God Bless You” e ridisegna, fin dalla cristallina apertura di chitarra acustica, la ferale matrice Sodom, il brano dapprima in forma di mid-tempo tollera qualche rimando irregolare alle ritmiche dispari e si fa quasi malinconico (termine che fino a qualche anno fa, poteva risultare antitetico per la band). Ed è proprio questa traccia, a mio modo di vedere a celare l’essenza del disco, perché svecchia il sound ma non tradisce la coerenza.
Si procede con le ultime tre tracce che in ordine sono: “The Art of Killing Poetry”, “Knarrenheinz”, “Styptic Parasite”, dove ancora una volta viene messa in primo piano una vena compositiva dotata di maggior controllo e dove si fanno strada anche componenti “moderne”(altro termine che forse potrebbe spaventare i più), ma che credetemi, rendono la proposta tutta più interessante e non per questo meno virulenta rispetto al passato. Anche se vi è da aggiungere che i tre brani ed in particolare la track conclusiva allentano di molto la tensione del disco.
Tirando le somme, “In War and Pieces” è un album riuscitissimo, e soprattutto molto ispirato, certo si sviluppa seguendo modalità maggiormente oscure e melodiche in luogo dell’elargire unicamente lezioni di fisicità. Ma perché nascondere sé stessi e dare alle stampe l’ennesimo album fotocopia? Questo, anche se farà discutere, è uno degli album più riusciti dei Sodom da anni a questa parte, in primis perché tenta la via della diversificazione. E se proprio qualche irriducibile, accuserà la band di Angelripper di essersi svenduta ad un piglio leggermente più moderno, può andare ad ascoltarsi le mille band clone che ancora riempiono i propri album dei contenuti di “Anget Orange” ed “Obsessed by Cruelty”. Perché la violenza conosce molti modi, e i Sodom lo hanno capito.