
È giunto il momento, dopo vari esercizi di egual misura, di chiedersi quale è il compito a cui mira una recensione. Nella sua accezione più semplice, una recensione dovrebbe dare al potenziale lettore tutte le coordinate di ciò che è il prodotto in esame. Ma quando l’oggetto della recensione si colloca in quella che può essere definita vera e propria categoria dello spirito, e quindi elude la sua forma di prodotto, la recensione stessa corre il rischio di perdere il proprio valore oggettivo fino a divenire vera e propria apologia.
È con tale premessa, cercando di eludere il rischio apologico, che mi accingo a discorrere intorno alla natura di “Aradia”, prima release da solista di Sophya Baccini (già nei Presence). Un lavoro che è un vero e proprio movimento d’animo, sia per la propria articolazione che per la ricercatezza del concept intorno al quale l’album prende forma.
Aradia è una figura della mitologia popolare, figlia della dea Diana, venuta sulla terra per insegnare agli oppressi la stregoneria, come mezzo di resistenza sociale. Prescindendo dal mito, Aradia è l’eterno femminino che salva il mondo e nella sua forma di strega è quel demone (δαίμων) che nel “Simposio” di Platone è a metà tra l’uomo ed il Dio e per questo suo essere, metodologicamente va alla ricerca della sapienza. Aradia è anelito alla liberazione.
Capirete che ad un concept di cotanta ricercatezza, solo una autrice distante dalla mondanità e da ciò che è legato alla temporalità ed al bieco consenso, come è la Baccini, poteva dare forma in modo totalitario. Ed è per questo che “Aradia” è un lavoro spoglio da orpelli; nella sua forma primigenia, l’album, è un lungo viaggio di poesia e pianoforte, ed è entro questa semplice ed essenziale struttura che si innestano arrangiamenti neoclassici, rimandi al rock progressivo(anche nel proprio donarsi in forma Jazz), spettri folk, liriche dark ed una essenza di fondo simile alle coralità della tradizione operistica italiana. Il tutto rappresentato con assoluta vena poetica e con una disarmante libertà compositiva. Si passa da trattazioni romantiche a composizioni profondamente teatrali, che includono una buona dose intramezzi recitati dal mood intimista.
L’album si compone di 17 tracce che in realtà son un'unica sensazione, una sensazione votata un intero universo di suoni, colori, umori che non si svendono alla facilità e che trovano compimento ultimo nella completa liberazione, da parte dell’ascoltatore, di ogni preconcetto legato alle categorie restrittive di genere e stile. È inutile dire che la prova di Sophya è letteralmente incantevole, per trasporto, eleganza e tecnica e che un ricco parterre d’ospiti (Franco Ponzo alle chitarre, Martin Grice, Lino Vairetti degli Osanna, Ana Torres e Nona Luna) arricchisce ancora di più il tutto. Sarebbe davvero inutile soffermarsi sulle singole tracce e cercare di darne conto, proprio perché la composizione di un lavoro come “Aradia” richiede che esso, venga assimilato nella sua interezza. E se proprio dovessi, citerei su tutte “Elide”, vero e proprio climax di progressive sinfonico. Cito anche a conclusione, quella “Circle Game”, cover di Joni Mitchell, resa in maniera straordinaria.
Un lavoro coraggioso (perché distante da quanto fatto con i Presence), poetico, teatrale e colto. Un piccolo trattato di personalità, una personalità che ancora una volta si è rivelata ricca all’inverosimile. Restare incantati è assolutamente necessario.