
“Gorgoni è la conferma che il vero metallo italiano è nato anni fa e non morirà mai”. Questo è ciò che recita una delle scritte all’interno del booklet di questo nuovo album(il settimo) dei The Black, e tale presa di posizione non si può che condividere in pieno, soprattutto dopo aver ascoltato ed assimilato tutte le sfaccettature di “Gorgoni”, ennesima testimonianza di classe, ricercatezza e passione.
Naturalmente, come ogni release voluta da Mario “The Black” Di Donato, la facilità di approccio non è uno dei punti focali di questo album e ciò taglia fuori l’ascoltatore medio, ma questo che potrebbe sembrare un punto a sfavore della band è in realtà ciò che si cela dietro la vera essenza dei The Black. Tale difficoltà di approccio, spinge l’ascoltatore ad immergersi in toto all’interno di ogni viaggio sonoro di volta in volta proposto e a far proprie tutte le sfaccettare sonore e concettuali.
E se in passato erano le tematiche mistico/religiose di matrice escatologica a farla da padrone, oggi la band recupera la mitologia classica ed in particolare il mito delle tre Gorgoni, questa scelta sembra del tutto figlia del tempo, anche perché il mito delle Gorgoni è in realtà rappresentazione della perversione nelle sue tre forme: Euriale rappresentava la perversione sessuale, Steno la perversione morale e Medusa la perversione intellettuale. E ad oggi, chi impera nelle alte gerarchie del potere della nostra penisola, sembra assolutamente vittima e fautore dell’antico mito.
“Gorgoni” propone 14 nuovi brani in cui i punti cardine del sound della band non si smarriscono mai (nonostante la durata del lavoro si aggira intorno all’ora e diciassette minuti) e sono pregni di un imperioso mood epico ed oscuro che il cantato in latino, come da tradizione, lascia venir fuori in maniera sovrana. Naturalmente è nei riffs di prima tradizione sabbathiana che ruotano tutti i brani, a questi però si associa sempre lo sguardo alla trattazione Dark nostrana ed a barlumi progressive, in tal senso i 15 minuti della finale “Metamorphoses” sono l’esempio più fulgido di quanto detto. Altri brani riuscitissimi sono: la decadente “Monstrum”, “Perseus” (da incorniciare il soffuso arpeggio iniziale) e le più veloci “Obscuritas” e “Pegasus”. Un discorso a parte lo merita il piccolo capolavoro che è “Occumbere Mortem”, lungo brano in cui si riassumono tutte le componenti del sound della band e dove le parti Doom trionfano e regalano quello che è un vero e proprio brano/orazione.
Concludendo, lo smalto dei The Black non appare per nulla scalfirsi con il passar degli anni, anzi sembra farsi ancora più attento ai tempi (dal punto di vista concettuale). Certo, come detto in apertura, è un lavoro dedicato a coloro che da sempre seguono la band e che conoscono ed ammirano l’epopea sonora di Mario Di Donato, ma anche quella artistica (la cover dell’album è dipinta dallo stesso frontman, come sempre). Un lavoro prezioso, cupo e pieno di spunti di riflessione, figlio di una band che non si è mai piegata al mercato e che ha sempre fatto della personalità il proprio punto di forza.
Perché l’arte, la cultura e la creatività sono patrimoni del tutto, e i The Black sono una piccola rappresentazione di ciò e come tali vanno custoditi. Nunc et semper.