
Rappresentare realtà distanti dal quotidiano è quanto mai difficile, trasportare entro esse è pressoché impossibile, a patto che non si suoni Doom Metal e si faccia dell’evocazione il modus operandi della proposta sonora tutta.
I The Wounded Kings sono inglesi e come i vari nomi celebri, nel genere in esame, che li hanno preceduti, riescono nell’impresa di produrre un album di caratura elevata come “The Shadow Over Atlantis”. Un album avvolto da profondo mistero che si svela traccia dopo traccia attraverso un Doom profondamente spettrale, fatto di rimandi alla tradizione magica britannica, in continuum di riffs ossessivi, vocals diafane e ritmiche strazianti, capaci di riportare alla mente l’essenza dolorosa dei primi Cathedral (senza l’uso delle growl vocals) e la vena allucinata, che non elude picchi di psichedelia, degli Electric Wizard.
Esempio più calzante del sound della band è l’opener “The Swirling Mist”, dieci minuti ove vengono messe a nudo tutte le potenzialità della band, potenzialità che passano attraverso un feeling dai tratti cinematografici, che incute un senso di inatteso e di sublime al tempo stesso, sembra quasi che le bestie fiere di Lovecraft prendano forma entro gli squarci bui e le sensazioni di delirio che il brano in questione dona.
Di egual forza buia, la seguente “Baptism of Atlantis” che a metà della sua durata (8 minuti) placa la propria marcia decadente per confondere e lasciar smarrire l’ascoltatore entro sinistre note di piano. “Into the Ocean's Abyss” è un breve interludio misterico che fa perfetta introduzione a quella “The Sons of Belial” che è vero e proprio tributo a stati mentali alteri, grazie alla prova vocale del singer George Birch, cantore di vuoti e stati catatonici. La song in questione si spegne sulle note di “Deathless Echo”, altro piccolo antro strumentale che fa da alcova a “Invocation of the Ancients”, ove escatologia, profezia e musica sono unite in un lungo rantolo che è anche condizione del misero e fragile spirito umano; semplicemente raggelante l’organo che apre la traccia simile a quanto è più vicino alla non-essenza.
Un lavoro che riesce ad essere fosco come pochi e che gioca sempre sulla falsariga di un attesa che è misterica e che solo al termine si compie, e per questo abbraccia il sublime.