
Restare sorpreso dall’ascoltare un album quando si è “costretti” a sentirne 30/50 al mese è cosa che accade davvero di rado. Ma quando ciò accadde, ovvero quando chi deve dare un giudizio, riesce ad innamorarsi di un album, beh questo vuol dire che quell’album è riuscito ad eludere il piano del dovere e si è messo a soggiornare in quello del piacere.
Questa piccola premessa, è necessaria a dar lumi al lettore riguardo a questa piccola gemma che è “Black Future”, secondo studio album, dei thrashers dell’Arizona Vektor. Una band che farà parlare sicuro di sé, si perché la band si fa autrice di una miscela sonora che come un buco nero (per restare in tema sci-fi) è riuscita ad inglobare: le alienazioni voivodiane di “Killing Technology”, il tecnicismo dei Toxik e la vena progressive dei Watchtower, plasmando queste componenti in un sound dinamico, furente e carico di tese dichiarazioni fantascientifiche.
Ma procediamo con ordine, “Black Future” si compone di nove tracks dalle strutture ricercate, ove vi è la messa in evidenza di lunghe fughe strumentali, queste si donano sempre in una doppia veste aggressivo/melodica nel proprio alternare riffs secchi e veloci, up-tempos, velenose vocals al vetriolo ad inflessioni in puro stile progressive dove compaiono: chitarre “liquide”, evocativi arpeggi e repentini stacchi ritmici e viene in luce una tecnica sopraffina che evita sempre narcisistiche prese di posizione.
L’album si apre con la track che da il titolo allo stesso, il brano si presenta compatto, feroce ed allo stesso tempo pregno di divagazioni e snervanti cambi ritmici. Si prosegue con “Oblivion” e “Destroying the Cosmos”, la prima aperta da una lunga sezione strumentale in un crescendo di accelerazioni che trovano sfogo ultimo in arrembanti fughe chitarristiche dal taglio quasi neo classico; la seconda è un tripudio di pura furia thrash metal ove le vocals di David Disanto assumono contorni inquietanti, sotto forma di scream.
Ma il vero capolavoro di questo album prende il titolo di “Forests of Legend”, dieci minuti di maestria compositiva, ove si fanno strada: arpeggi, ritmiche spezzate ed irregolari, passaggi strumentali che trovano la propria essenza in una diversificazione profonda delle proprie strutture portanti, che mutano in un continuum di sensazioni epico/apocalittiche.
“Black Future” prosegue su tali coordinate qualitative eccelse fino alla finale “Accelerating Universe”, altro piccolo capolavoro di techno thrash, che nei suoi tredici minuti fa da summa sonora a quanto mostrato in precedenza nel suo far propri tutti gli elementi di cui il sound dei Vektor si fregia.
Un lavoro incredibile da parte di una band che ha il merito di riportare, oggi, in primo piano un sottogenere che ha avuto il merito di regalare capolavori del calibro di “Energetic Disassembly”, “Killing Technology” e “Think This”, se tali albums hanno avuto per voi un senso profondo, non potete lasciavi sfuggire questo lavoro della bands dell’Arizona. Un must, degno delle migliori visioni di Isaac Asimov.