
L’opera d’arte è autoreferenziale, perché solo l’autoreferenza porta con sé l’incipit sorgivo di tutto ciò che è creazione. Da ciò, tutto quello che non fa dell’autoreferenza il proprio modo d’essere è assimilabile al facile consumo ed al mero assecondare l’inautentico e mondano modo di fare.
E con questo piccolo preambolo che mi piace aprire la recensione di questo album dei Void Generator, formazione nostrana dedita ad un eclettico e vertiginoso Progressive Rock, si perché nulla come il genere in esame, in particolare nel proprio modo di donarsi votato alla psichedelia è lontano da ogni forma di esplicazione e per questo è in grado di fare la differenza (concepita come qualcosa in sé e non come vano paragone).
“Phantom Hell And Soar Angelic” è un lavoro capace di differenziarsi (nella modalità indicata sopra) da ogni riferimento, e per questo è capace di imporsi come supremo taglio di personalità. Una personalità inquieta, capace di creare continui sensi di vertigine che devono necessariamente smarrire l’ascoltatore, e come accade nelle trattazioni del teatro della crudeltà, sfinire i modi della ragione. Tutto ciò avviene di continuo nei 60 minuti di cui è composto questo album. Tre brani ed una traccia nascosta dalla durata mai inferiore ai 15 minuti, quattro lunghi monologhi con la psiche di chi ascolta.
A partire dalla iniziale “Message From The Galactic Federation”, guidata da un riff che fa propria l’ossessività ruvida dello Stoner e che si fregia di vocals aliene ed allucinate, ai frangenti delicati e poetici di “The Morning”, brano che pone in primo piano ritmiche fievoli e vocals pregne di sensi disillusi e contemplativi, fino a giungere alla ghost-track finale che nei suoi 23 minuti è puro ampliamento di sensi; ci si trova travolti da un continuo smarrimento, causato dalla classe e dalla qualità espressiva, compositiva e concettuale della band.
Una citazione particolare merita “The Eternaut”, brano che se dal punto di vista tematico trae ispirazione dall’illuminato fumetto (illuminato perché anticipò il dramma dei desaparecidos e della dittatura militare) degli argentini Héctor Oesterheld e Francisco Solano Lopez, dal punto di vista strumentale è ricca di fragorose esplosioni Hard alle quali si accompagnano momenti dotati di maggior riflessività ove si annidano sempre barlumi psichedelici, perfetti per inquadrare l’epopea del vagabondo dell’infinito (sottotitolo de L’Eternauta).
Vi è poco altro da aggiungere ad un album di valore assoluto, capace di affascinare e di espandere i confini dell’ascoltatore. Una combine perfetta tra l’astrattismo lirico dei primi Pink Floyd e la dilatazione spaziale dei Van der Graaf Generator.