
Fino al medioevo inoltrato la città di Bergen, in Norvegia, era il più importante porto commerciale d' Europa e uno dei maggiori centri culturali di tutto il nord; numerosi uomini d'arte e di scienza erano originari di questa piccola cittadina scandinava. Ed ora? Bergen ha perso lo splendore economico e culturale di un tempo. Ciò poteva essere al 100% vero fino al 2003: anno dell' uscita del primo demo di una band ancora ai primi vagiti che poi, quattro anni più tardi, avrebbe esordito con il primo e sconvolgente lavoro di lunga durata (The Dystopia Journals).
Sto semplicemente parlando di un quintetto di giovani norvegesi che rispondono al nome di Vulture Industries, cinque ragazzi che si sono lanciati di petto in quell'insidioso e scabroso mondo che è l'avant-garde metal, e questo “The Malefactor's bloody register” è il loro secondo album. Suonare avant-garde non è roba da tutti, e sentire un disco che fili liscio dall'inizio alla fine, prendendosi anche il lusso di darti a cazzotti in faccia, beh, è estremamente raro. Questo secondo full-lenght si articola in otto tracce: Bjørnar E. Nilsen si fa carico del doveroso compito di narrare e condurci attraverso questi quarantaquattro minuti di pura teatralità musicale, Øyvind Madsen e Eivind Huse allestiscono la lurida pista dove prendono vita grotteschi e perversi spettacoli clowneschi di un lercio circo dell'orrore. I Vulture Industries compiono quel passo oltre il confine tra psichedeliche allucinazioni e ciò che si fatica a credere possa essere reale, ma lo è, i loro demoni sono più veri del dolore che infliggono ed è una malvagità cristallina a plasmare i volti di questi immondi.
Il “capo clown” volta per volta ci descrive lo spettacolo al quale stiamo per assistere, e come per magia, la realtà si dipinge dei colori del dolore e dell'annichilimento umano, come in un quadro di Edvard Munch la realtà si torce e si comprime sotto l'insopportabile peso della malinconia, della paura, dell'ansia. La morte sembra essere l' unica via di scampo.
I Vulture Industries raccolgono con coscienza e successo l'eredità dei loro conterranei Arcturus, costruendo una “compagnia teatrale dell' orrore” che con il tempo potrà dimostrarsi all'altezza dei loro predecessori e questo “The Malefactor's Bloody Register” è uno di quei dischi che difficilmente si dimenticano, affascinante e devastante, come il male che racconta, capace di trasmettere emozioni tanto forti da darci la sensazione che queste figure (se così si possono definire) stiano quasi per saltare fuori dalle casse per trascinarci giù con loro.