
In un era di super produzioni discografiche, ove, grazie ai mezzi tecnologici sempre meno umani, è così semplice suonare nel modo giusto ed in particolare a seconda delle esigenze del mercato, c’è ancora uno spiraglio dedicato al sound d’essenza pura e grezza. Sto parlando di “White Trash SIdeshow” dei Witche’s Brew, un lavoro destinato a riportare in auge un sound ed in particolare un’attitudine, marcatamente aspra ed avara di ogni compromesso.
Un concentrato di elettricità e polvere che si esplica attraverso modalità Southern/Stoner Rock dal mood etilico ed allucinato, in perfetto stile 70’s. A ciò si sommano vorticose componenti psichedeliche votate a creare sensi di vertigine e rimandi ad una continuità di paradisi artificiali. Undici brani che sono manifesti di asfissianti saturazioni, capaci di combinare tanto i Blue Cheer quanto l’impatto acido ed ipnotico degli Hawkwind. Il suono di “White Trash SIdeshow” è qualcosa che taglia completamente fuori l’ascoltatore medio, proprio perché eccessivo e distante dalla forma comune, tanto da divenire quasi fastidioso in alcuni punti. Ma è un fastidio che cela la fatica di approcciarsi ad un ascolto dal mood fisico, un ascolto che lascia i segni.
Altro piccolo manifesto di attitudine e sporca realtà sono i testi, impregnati di vissuto e gravidi di quella dialettica da rocker ove l’esser musicista è prolungamento dell’esser stato messo al mondo, un brano come “Leather” è in questo senso esemplare.
La prestazione della band lungo tutta la durata del disco sconvolge per come ogni singolo riff, ogni singolo assolo, ritmica o divagazione di Hammond siano sempre tirate fino allo spasmo, fino a far si che lo strumento di turno urli di dolore. Vi è davvero poco altro da aggiungere ad un lavoro che è figlio di una scelta di vita, ovvero quella di Mirk’O ZOnca e di Mirko Bosco, che dopo aver scrutato se stessi si mettono a nudo entro una cascata di note furenti ed aride.
Troverete davvero poco o nulla, di più “suonato” in giro.