
Vi ricordate i Trivium? Credo che furono proprio loro ad esportare in Europa, con efficacia maggiore rispetto ai colleghi statunitensi, la seconda grande ondata di Metalcore. Riuscendo a dare visibilità ad un genere tutto americano, riscuotendo una valanga di consensi e critiche.
Il metalcore è la quintessenza musicale del modo di fare “showbiz” targato USA: si prende tutto ciò che piace alla gente, lo si mette insieme tentando di dargli una lucidata per farlo passare per nuovo e lo si porta ad un livello espressivo estremo, giusto per dargli appeal. Dopo il numetal è stata la mossa più azzeccata dalle major statunitensi. Mica roba da poco se pensiamo alla miriade di fans che popolano i festival e i live act di band come Killswitch Engage, All That Remains e Bring Me The Horizon.
L' Italia fortunatamente non ha mai subito il fascino delle produzioni di questo genere, almeno fino ad un tempo recente di cinque anni (anno più anno meno), uno scarto decennale rispetto alla nascita del fenomeno che rispecchia un innato e coriaceo istinto di sopravvivenza e di preservazione della specie tutto da lodare. Ma purtroppo niente è destinato a durare per sempre, e le nuove leve non hanno potuto fare a meno di subirne il fascino: gente troppo giovane per poter aver goduto del non ancora morto spirito Hardcore e troppo diffidente di realtà nostrane di gran lunga più valide di tutti questi blockbuster musicali americani. E poi diciamolo che hanno capito poco o niente di At The Gates, Pantera, Dark Tranquillity e Anthrax.
Ma questa è soltanto la mia opinione e basta. Allora passiamo ad analizzare il primo full-lenght della band romana Following The Shade.
Il quintetto capitolino è un seguace di quello che si suole chiamare swedecore, la cui miscela è immaginabile dal solo nome che si è dato alla corrente. Tuttavia i FTS cercano quantomeno di dare un tocco più personale alla propria proposta musicale aumentando il numero di blast beat e prodigandosi nell' inserimento di passaggi dal piglio decisamente brutal con growl più estremi e graffianti rispetto alla media delle altre produzioni di questo genere.
Brani come “Vengeance is Mine”, “Why I Bleed” e “Fornication Under The Consent Of The King”, pur rivelando quel sostrato e quell' attitudine core riescono comunque a dimostrare che nonostante i Following The Shade abbiano scelto di sottoscrivere una causa che si porta dietro più critiche che elogi, sanno comunque il fatto loro; e alla luce di ciò, il disco si lascia dietro un velo di amarezza nell'ascoltare quella che potrebbe tranquillamente essere una death metal band che non avrebbe niente da invidiare quasi a nessuno.
Al festival di Cannes si dice: “condanniamo gli artisti , non le loro opere”, ma anche Heavy Impact segue questa filosofia. Allora non potendo prescindere dall'oggettività del valore di un' opera posso solo promuovere questo “The Butterfly Effect”. “Senza preconcetti” mi disse il caporedattore ed io così ho fatto. Ma non posso che rammaricarmi tantissimo nel sentire una band dal potenziale altissimo sottoscrivere una causa che, a mio ed esclusivo avviso, non avrebbe nemmeno ragione di vita.
L' arte non è ne godimento ne consumo, e questo gli americani non lo hanno quasi mai capito.