
Formatisi oltre un decennio fa in quel di Bologna i Furyu, sono, e alla luce dell’ascolto, saranno una di quelle band a cui in futuro dovremmo guardare per trovare nuova linfa entro l’universo Progressive Metal. E questo non perché la band si limita a far bella mostra di se e dei propri virtuosismi strumentali, ma perché porta avanti la propria idea di genere (si definiscono “open minded progressive”), attraverso la continua elusione delle componenti classiche del genere stesso. Nonché di quella formalità imposta dai grandi nomi che è diventata un vero e proprio dictat.
Ma procediamo con ordine, quello della band emiliana è un sound che si fa portavoce di una a-regolarità che ingloba: rimandi Rock, sferzate metalliche, stralci psichedelici e involuzioni di violento Funk. I cinque brani che compongono “Ciò Che L'Anima Non Dice”, sono in realtà sospensioni dialettiche, per la maggior parte strumentali, fatte di impressioni. Le stesse che di volta in volta le frasi narrate all’interno delle tracce descrivono. Nonostante la ricchezza delle influenze sonore presenti, il mood del disco segue coordinate ben precise, e resta sempre teso e riflessivo, potremmo dire “adulto” e distante da parossismi.
Naturalmente un lavoro che si sviluppa entro le coordinate di un concept teso a rappresentare stati d’animo, ha bisogno di un ascoltatore maturo che sappia e voglia abbandonarsi totalmente al lavoro in questione, fino a riconoscersi in esso. Ma attuato questo piccolo esercizio di preparazione, “Ciò Che L'Anima Non Dice”, nel suo legare a sé stesso continui rimandi e diversificazioni strumentali, potrebbe illuminarvi.
Citazione di merito anche per l’artwork, per il booklet curatissimo e per la produzione cristallina.
Un lavoro pensato, prima di essere suonato, ed è in ciò che si sintetizza la sua peculiarità. Perché la differenza, nel costruire, tra il peggiore degli architetti e la migliore delle api, risiede nel fatto che il primo ha già una rappresentazione chiara di ciò che metterà in opera.