Luoghi comuni: Milano è una città buia, coperta spesso da un cielo grigio e plumbeo, la gente è fredda e ha sempre fretta. I Metallica sono ormai finiti: la voce di James Hetfield non è più quella di una volta, Lars Ulrich non va più a tempo, i soli di Kirk Hammet sono imprecisi…..
La realtà dei fatti: quello che Milano ha regalato alla moltitudine di fan, accorsi il 6 Luglio per assistere a quello che è senza dubbio uno degli eventi musicali più importanti dell’anno in corso, è stato uno spettacolo che resterà a lungo nella memoria di chi ha avuto la fortuna di essere presente. La data italiana del Big Four, il tour mondiale che riunisce sullo stesso palco le quattro band più influenti e seminali del thrash metal ovvero Metallica, Slayer, Megadeth e Anthrax, si è svolta in una meravigliosa ed assolata giornata estiva che ha reso letteralmente incandescente l’Arena Concerti della Fiera Milano a Rho. Per le rispettive performance delle band in cartellone, vi rimando al sottostante report ma, quello che mi preme sottolineare in questa breve introduzione, è che troppo spesso i Metallica sono stati considerati non più all’altezza del loro, ormai leggendario, nome. Certo, il loro percorso discografico segnato da scelte a volte controverse, ha contribuito ad attirare critiche da più parti ma, quella che è apparsa agli occhi dei presenti è stata una formazione coesa, affiatata, impeccabile nell’esecuzione dei brani, ancora desiderosa di dimostrare al mondo che si può essere degli ottimi musicisti, ma diventare delle vere e proprie icone di un genere musicale è roba per pochi eletti. Senza nulla togliere alle altre tre leggende del thrash che erano presenti quella sera a Milano, i Four Horsemen hanno offerto quello che ormai da trent’anni replicano sui palchi di tutto il pianeta: puro e semplice spettacolo!
Bologna. Roma. Tutte sfumate. I Metallica mi erano passati sotto il naso così, senza che riuscissi nemmeno a rendermene troppo conto. Poi la notizia di un grande festival che, sotto un altisonante e promettente nome, riuniva insieme tutti quei musicisti che, praticamente, dominano la mia collezione di dischi, lettore mp3, computer…Luogo dell’evento: sempre troppo lontano. Finchè…
“Il Big Four ha una data italiana!” Anche dopo aver organizzato il tutto (con il dovuto anticipo), stentavo ancora a crederci eppure, una volta entrata nell’arena, col sole cocente che faceva ribollire l’asfalto e quelli che di lì a poco sarebbero diventati più di 40000 metalheads in fermento tutti con birre ghiacciate alla mano, ho capito. Ero parte di un evento unico.
I cancelli erano già aperti al mio arrivo ma il tempo è volato in fretta tra chiacchiere, bevute, e risate col collega Fabio Parisi e incontri piacevoli, mentre il logo degli Anthrax si levava già alto e imponente sul palco e i tecnici si accalcavano nella prova di strumenti e microfoni.
ANTHRAX
Sono le 16.30 precise quando una sirena di guerra crea scompiglio nella folla trepidante e un boato accoglie Joey Belladonna e co. sul palco. Caught in a Mosh è perfetta per cominciare, piena di quella forza trascinante che caratterizza la band stessa. Due cose si fanno subito notare: l’assenza di Scott Ian sostituito da Andreas Kisser dei Sepultura
(e scusate se è poco!) e la strana riuscita dei suoni. Mi sono chiesta per cosa i tecnici, solo pochi minuti prima, si fossero tanto prodigati. Le chitarre si fanno sovrastare dalla batteria e anche la voce di Joey non subisce certo sorte migliore. Ma il frontman dei thrashers newyorkesi non ha intenzione di far abbassare il livello della sua performance e allora eccolo (uno dei pochi) correre, come se avesse ancora vent’anni, da una parte all’altra del palco, incitando la massa informe di astanti che, sulle note di Got the Time prima e la travolgente Madhouse poi, fa già sfoggio di pogate aggressive nelle prime file. Antisocial, la cover della band francese Trust che tanto spopolò nella sua versione thrash, conferma il suo successo nel coro del pubblico che accompagna un compiaciuto (e sempre più carico) Belladonna. Nemmeno per la sua voce il tempo sembra essere passato. Qualcosa di inaspettato accade con la martellante, celeberrima Indians. Al grido di “WAR DANCE!” ecco che compare Scott Ian con un largo sorriso e la formazione con tre chitarre sembra risollevare le sorti del settaggio. Fight ‘Em Till You Can’t è stata una piccola anticipazione del nuovo lavoro in uscita per settembre, Worship Music. Il pubblico mi è parso gradire la nuova arrivata. Metal Thrashing Mad ha la potenza nascosta nel titolo ed è perfetta per la conclusione. Un piccolo medley di omaggi che incorniciano I Am the Law e i suoi rimandi cinimatrografici e letterari, è composto da Refuse/Resist dei Sepultura e da Whiplash dei Metallica. I ringraziamenti sono stati divetentissimi con i saluti dei componenti a quell’Italia che un po’ gli scorre nelle vene. Che altro dire, un inizio col botto!
SETLIST
1 Caught in a Mosh
2 Got the Time
3 Madhouse
4 Antisocial
5 Indians
6 Fight 'Em Till You Can't
7 Medusa
8 Only
9 Metal Thrashing Mad
Medley
Refuse/Resist/I Am The Law/Whiplash
MEGADETH
Era l’esibizione che mi faceva tremare le ginocchia. Gli Anthrax ancora suonavano che io già mi figuravo la splendida chioma rossiccia e le immancabili smorfie del lunatico Dave Mustaine, frontman dei miei adoratissimi Megadeth. Quando lasceranno il palco, a me non rimarrà che l’amaro in bocca. Ma andiamo con ordine. Ecco che la controversa combo californiana prende posizione. L’imponente Chris Broderick e un Dave Ellefson in formissima, entrano gasati e sorridenti, Mustaine si posiziona dietro al microfono con
la sua (fighissima) chitarra a doppio manico e, senza troppe chiacchiere né fronzoli, attacca la devastante Trust. Fermi tutti, fermi tutti! I volumi pessimi avrei potuto anche sopportarli, ma sentire Dave sforzarsi per cantare è stato un vero colpo basso. Che il cantante e chitarrista stia affrontando un periodo di fiacca era risaputo e confermato dai resoconti dei passati concerti, ma essere presenti è, ovviamente, tutta un’altra cosa. In my Darkest Hour (una delle mie preferite in assoluto) subisce la stessa triste sorte, e il pubblico canta da sé. Con le immortali Wake Up Dead e Hangar 18 le cose cambiano notevolmente e mi convinco del fatto che probabilmente si era trattato solo di una falsa partenza. Tecnicamente, musicalmente e a livello di esecuzione si dimostrano ancora imbattibili se non per una volta, quando il grande schermo inquadra la chioma corvina di Broderick, ed è impossibile non notare un’occhiataccia a Dave, un po’ lento su un riff. La scaletta non ha molte variazioni rispetto a quelle a cui siamo abituati: stupenda Head Crusher e emozionante Sweating Bullets cantata a gran voce, così come per A tout le Monde. L’assenza sentita di Tornado of Souls è stata rimpiazzata da un’ottima esecuzione di Symphony of Destruction e da una She-Wolf dalla incomprensibile (almeno, io non ho capito che poche parole) introduzione. La loro novità è stata la poco accattivante Public Enemy N°1, anticipazione di Thirt3en. Su Peace Sells ecco comparire (stile Iron Maiden) Vic Rattlehead tra l’entusiasmo della folla. Holy Wars chiude un’esibizione che lascia un senso di incompiutezza. Megadeth sempre ottimi musicisti ma la forma di Mustaine è stata deludente.
SETLIST
1 Trust
2 In My Darkest Hour
3 Wake Up Dead
4 Hangar 18
5 Head Crusher
6 Poison Was the Cure
7 1,320'
8 Sweating Bullets
9 Public Enemy No. 1
10 A Tout Le Monde
11 Symphony of Destruction
12 She-Wolf
13 Peace Sells
14 Holy Wars... The Punishment Due
SLAYER
Come era prevedibile, non appena il palco viene abbandonato e l’immagine di Endgame sostituita dal logo degli Slayer a caratteri cubitali, la folla scaplita e spinge, premendo per arrivare nelle zone calde del pogo. Io, data la mia mole decisamente non competitiva, decido di muovere in ritirata approfittandone per mangiare qualcosa e fare scorta di liquidi per le ultime esibizioni. Dimostrando una volta di più di essere sempre impeccabili e geniali, è World Painted Blood, tratta dall ultimo disco omonimo (un gran successo!) che spacca i timpani appena saliti sul palco. Tom Araya è meraviglioso! Alterna espressioni sporche e cattive a sorrisoni docili e “coccoloni” che non ti aspetteresti, anche nel
bel mezzo del più devastante assolo o mentre picchia sulle corde del basso con violenza inaudita. La recente operazione al collo che il massiccio cantante ha dovuto subire, non gli impedisce di fare un grande spettacolo seppur senza far ondeggiare la sua fluente capigliatura. In compenso è il durissimo Kerry King a farla da padrone sulla scena, quasi come se i due stessero intrepretando, in un poliziesco, l’agente “buono” e l’agente “cattivo”. I suoni degli strumenti, come in un crescendo, appaiono notevolmente migliorati, eccezion fatta per la chitarra di Gary Holt (Exodus, sostituto della sentitissima assenza dell’infortunato Jeff Hanneman) decisamente bassina. Con War Ensemble e Postmortem la guerriglia è totale. Sotto al palco, i maxischermi individuano il pogo violento ed io, seppur decisamente più defilata, non resisto al richiamo di un headbanging come Slayer comandano! Che dire poi di Disciple?? Allo spartano grido di “GOD HATES US ALL” è l’intera arena a cantare e, come gli irriducibili 300 in lotta alle Termopili, la marea incotenibile di gente fa tremare la terra Rhodense, ovviamente con l’aiuto di un bestiale Dave Lombardo che mai e poi mai delude picchiando sulle pelli e creando l’illusione di innumerevoli tamburi di guerra. Non è certo il sole adesso a farci ribollire il sangue. Dead Skin Mask anticipa pezzi relativamente poco conosciuti e la bellisima Season in the Abyss annuncia, con Snuff, l’avvicinarsi della fine dell’ottima (come è solito per gli infaticabili guerrieri del thrash) performance degli Slayer. Non saremmo stati contenti se, a chiusura di siffatto spettacolo, ci fossero stati negati i loro classici “must have”. E così Raining Blood e Angel of Death, sono brutalità e devastazione allo stato puro.
Hail, Slayer!!Hail!
SETLIST
1 World Painted Blood
2 War Ensemble
3 Postmortem
4 Temptation
5 Stain of Mind
6 Disciple
7 Dead Skin Mask
8 Hate Worldwide
9 Mandatory Suicide
10 Chemical Warfare
11 Dittohead
12 Seasons in the Abyss
13 Snuff
Encore
14 South of Heaven
15 Raining Blood
16 Black Magic
17 Angel of Death
METALLICA
La macchina da guerra creata dagli Slayer era ormai in moto. Qualcosa di simile a scariche elettriche e adrenalina scorreva a mille nelle vene. Il sole pian piano scendeva, nascondendosi dietro il palco per lasciare il posto alle “stelle”. Non ricordo quanto sia stata effettivamente lunga l’attesa ma, in quel momento, sembrava infinita. Nessun logo sul palco, solo un enorme schermo sul quale prende vita l’indimenticata scena di quel capolavoro che è “Il buono, il brutto e il cattivo” e, mentre Eli Wallach corre tra le mute lapidi, dagli altoparlanti si alza The Ecstasy of Gold e la composizione del maestro Morricone viene coperta sul finire da un grande boato. Milano accoglie i Metallica. Un anno di tour in giro per il mondo per festeggiare il trentennale della loro onorata, sudata, chiacchierata carriera, li porta sul suolo italiano e nessuno immagina quello che hanno in serbo per le nostre orecchie. Contro ogni pronostico o aspettativa, è l’infuriata Hit the Lights a dare inizio alle danze, la prima traccia dell’opera prima Kill ‘em All, così come un tempo, giovanissimi e capelluti, aprivano i loro concerti. Hetfield è in perfetta forma, fisica e vocale ma è da subito prepotentemente sovrastato dal coro delle migliaia di fan che, non appena riconosciuto lo stacco iniziale di Master of Puppets si scatenano in un felicissimo e assordante canto. Capire quello che ci aspetta è sempre più difficile. Se i cosidetti “mostri sacri” della loro produzione musicale ci vengono dati in pasto subito, cosa potranno mai cacciare dal loro cilindro, per mantenere alta la posta in gioco? Quanto il frontman californiano annuncia The Shortest Straw è ormai chiaro che lo show sarà destinato ad essere annoverato tra i più grandi degli ultimi 10 anni. I Four Horsemen sono euforici,
Hammet è un vero mago della distorsione, Trujillo esalta le parti di basso( così importanti nei primi capolavori del gruppo) con il suo stile inconfondibile e Ulrich non vuole certo sfigurare nel confronto coi precedenti stacanovisti delle bacchette, susseguitisi sullo sgabello nell’arco di una giornata da capogiro. Seek and Destroy è il quarto pezzo (e ora implorate pure pietà!). La classica botta finale viene sparata, a mille, nel bel mezzo dell’esibisizione, senza mezzi termini. Il successo dei Metallica, però, non è mai stato legato esclusivamente alla velocità delle loro chitarre, alla difficoltà del riff o alla potenza distruttrice dei pezzi. Dietro i loro brani c’è di più. Ed ecco che è Welcome Home (Sanitarium) che, mentre alza il volume e coinvolge in cori disumani, muove qualcosa dal profondo e, con le sue amare parole, cariche di disappunto e rabbia, espone poeticamente un tema delicato e particolarmente caro al biondo cantante. Un rapido cambio di chitarra (forse non troppo rapido per Kirk che si becca una divertente canzonatura) mentre io, in veste di sibilla, esclamo: “Secondo me, ora parte qualcosa di Ride the Lightning!!”. Profezia avverata. È la traccia omonima quella che suoneranno: “I don’t know if you’re gonna like this song, it’s kinda old” aveva asserito James pochi istanti prima. Che gran burlone! I siparietti divertenti non finiscono qui. Prima di introdurre una canzone che “non suoniamo molto spesso” (ed è vero!) il gasato cantante si concede una ramanzina ad un fan che, disperatamente, lo implora di donargli la chitarra. “What would I do? Play bass?! I need it know!”, gli dice, per poi incoraggiarlo a trovarsi un lavoro per avere la soddifazione di possedere una chitarra tutta sua. Cattivo, James! Dopo Through the Never ecco che, unica estratta dai dischi più recenti, è All Nightmare Long, tra le più apprezzate del controverso Death Magnetic, a portare avanti lo spettacolo. “Do you want HEAVY?? Metallica gives you heavy!!”. Così, padroneggiando sempre di più la scena, Hetfield da inizio all’amatissima Sad but True . Dopo questa, lo spettacolo è destinato a prendere tutta un’altra piega. The Call of Ktulu comincia, il pubblico è in religioso silenzio, io mi commuovo. Eseguita dal primo fino all’ultimo dei suoi 9 minuti, è l’occasione per Trujillo di dimostrare il suo valore. Anche Cliff Burton deve essersi commosso, ovunque si trovi. Fuochi pirotecnici, esplosioni, mitragliatrici…sapete tutti di cosa sono anticipatori. Mentre tutta la folla, col naso all’insù, guarda le scie infuocate stagliarsi alte nel cielo, le chitarre di One cominciano il loro malinconico canto. Momenti di poesia e spettacolo, di dimostrazioni di grandezza e bravura che non saranno mai più dimenticati. Senza che ci venga concesso un solo attimo di respiro, For Whom the Bell Tolls e la stupenda Blackened trascinano tutti in una totale perdita di controllo , i Metallica ci hanno in pugno. Fade to Black viene accolta con un’atmosfera in perfetto stile 80’s: accendini, mani al vento e coppie che si stringono, mentre tutti continuano a cantare, per poi “rinsavire” non appena quell’immancabile capolavoro di Enter Sandman parte dritta, diffondendosi nell’arena. La classica scenetta del pezzo eseguito “tutti insieme appassionatamente” è stato, quella sera, un po’ strano. Sulla breve ma intensa Die, Die My Darling, salgono sul palco i componenti delle quattro grandi band (Mustaine un po’ defilato, mentre ci concede giusto qualche attacco di chitarra, Kerry King con una birra in mano…) e il pezzo è comunque un successo. Saluti veloci, giusto il tempo di una comica: Ulrich che fotografa e guarda sbalordito Lombardo, mentre dà una lezione di perfetta esecuzione di doppia cassa e, in un baleno, i Metallica tornano ad appropriarsi del palco. Con una domanda retorica (“preferite un pezzo lento o veloce?”) ci viene regalata una vera chicca, Damage Inc. e, per concludere, l’immortale Creeping Death. Sono stati dei lunghissimi saluti quelli che hanno messo fine ad un’altrettanto lunga giornata, una di quelle che rappresentano l’avverarsi di un sogno, lungo (per me) quasi un decennio. Se avete voglia di inveire contro i Metallica, farete meglio ad aspettare un’altra annata infausta. Se poi, avete voglia di farlo solo per invidia o per chissà quale posa, pensando di possedere la chiave di volta dell’esecuzione perfetta e della tecnica ad ogni costo, siete liberissimi. Il 6 Luglio, questi quattro signori californiani vi hanno dato, in ogni caso, una grande lezione, insegnandovi come ipnotizzare migliaia di persone semplicemente suonando e facendolo al meglio, seppur con il venerando numero di 50 e passa inverni sulle spalle.
Obey your Master!
SETLIST
Intro
The Ecstasy of Gold ( Ennio Morricone)
1 Hit the Lights
2 Master of Puppets
3 The Shortest Straw
4 Seek & Destroy
5 Welcome Home (Sanitarium)
6 Ride the Lightning
7 Through The Never
8 All Nightmare Long
9 Sad But True
10 The Call of Ktulu
11 One
12 For Whom the Bell Tolls
13 Blackened
14 Fade to Black
15 Enter Sandman
Encore
16 Die, Die My Darling (Misfits cover, con Slayer, Megadeth e Anthrax)
17 Damage Inc.
18 Creeping Death