
Nonostante coloro che si autodefiniscono, o che per la serie di ascolti sottoposti a selezione, vengono accorpati alla categoria dei “puristi”, il fenomeno “Post” (nella sua articolazione più ampia) è qualcosa che non va ignorato. In realtà la parolina “post” usata nelle realtà sonore alternative non è altro che una indicazione, che elude il suo riferirsi ad un genere preciso, e che va a prendere in esame una componente eterogenea. Un linguaggio che fa proprie le articolazioni più disparate e le mette assieme in una dialettica, spesso, ed è il caso dei nostrani A Cold Dead Body, interessante.
Certo, qualcuno potrà obiettare che il fenomeno “post” è, per lui, avaro di attenzioni perché con tutta probabilità non fa parte, in senso pieno, delle sonorità Hard & Heavy; e su questo nulla da ridire. Ma siamo proprio sicuri che l’ignorare le sintesi musicale di una intera generazione sia davvero la soluzione giusta per la salvaguardia di tutte le realtà “rumorose”?
Con tale interrogativo, a cui ognuno può dare la propria personale risposta passiamo ad esaminare “Harvest Years”, album che rappresenta il debutto (la band prima aveva dato alle stampe un promo) della band friulana. Giusto per dare delle coordinate, l’album è un caleidoscopio di influenze (Hardcore, Sludge, Progressive), tutte rivisitate attraverso una contemplativa ed intima ottica contemporanea che tiene conto tanto dell’emozionalità Radiohead /Dredg, quanto dei vuoti e delle esasperazioni di scuola Neurosis. Il risultato del tutto è difficilmente esplicabile con le sole parole, anche perché le nove tracce contenute nell’album sono un tributo alla diversificazione.
A riffs ed accordi torrenziali si associano fascinosi passaggi aerei dalle tinte melodiche e soavi, che rimandano in più di un caso ai Klimt 1918. Ma nel contempo vivono di ombrosi cali in una buia teatralità, messa in eccellenza da scream-vocals straziate e dolorose. A completare il quadro arrivano arrangiamenti di natura classica e armonizzazioni vocali pregne di pathos.
Tra i brani, tutti ottimi ed ambiziosi, meritano una citazione particolare: “Madre Pt.1” (colma di echi Pink Floyd), e la conclusiva “Divinity”, che è il brano che forse rappresenta al meglio la natura sonora della band. Un lavoro assolutamente sopra le righe che merita tanta attenzione.
Che siate “open minded” o meno, qui vi sono tratti di grande musica, certo qualcosa di inespresso è ancora nel grembo della band, ma al momento siamo al cospetto di una delle realtà più creative nate in casa nostra nell’odiato, perché indeterminato, ambito “post”. Eterogeneità come ricchezza.