
Vengono dall’Emilia Romagna e hanno le idee ben chiare gli Any Face, cioè non limitarsi suonare un death metal tradizionale, ma fondere la violenza della vecchia scuola a varie contaminazioni, in nome del progresso, come fecero a loro tempo gruppi come Atheist e Cynic.
Apre il disco “Suicide Urge” carica di una virulenza a tratti caotica e di diversi spunti interessanti, in particolare a metà pezzo dove la batteria devia bruscamente verso ritmi che ricordano la samba e che accompagnano la chitarra solista nelle sue svisate melodiche. L’idea in sé non è male ma almeno in questo primo pezzo la varietà e quantità di riff e il fatto che le parti sembrano troppo slegate tra loro lo fanno apparire come il prodotto di un assemblaggio poco naturale, nonostante la buona fattura.
Sono più incisive e interessanti le parti dinamiche rispetto ad altre parti più macchinose, forse un po’ pesanti da digerire, anche se il disco tutto sommato non suona pretenzioso in tal senso.
Seguono tre pezzi che sono un fiume in piena di chitarre distorte, aggressive e potenti come da più antica tradizione. Il ritmo è serrato e non manca di repentini cambi di tempo e qualche rallentamento volto a dare risalto all’ispirata vena compositiva. Il loro suono sembra il risultato di una fusione tra contaminazioni raffinate stile Atheist e quella violenza lurida e grezza, alla Grave per intenderci.
Una delle sorprese in quest’album è la cover “Happy Tantrum” degli O.L.D. che ne vede ospite dietro il microfono addirittura cantante Alan Dubin. Non intendono certamente competere ma la scelta di omaggiare uno tra gruppi pionieri dell’Avant Garde in ambito estremo si rivela a mio avviso di ottimo gusto Di questo storico gruppo gli Any Face riprendono in parte un modo di fare spasmodico, spesso anche a livello vocale, che caratterizza in parte quest album.Miglior pezzo è forse “Portrait of a Nihilist”, sembra esprimere piu’ degli altri le caratteristiche di questo gruppo quali un ritmo vorticoso spaccaossa e quella accentuata vena melodica di cui gli assoli sono pervasi.
In sostanza ci troviamo di fronte ad un lavoro ad alto tasso tecnico di cui la lunghezza dei brani rispetto alla complessità della proposta musicale non ne facilita l’impressione nella memoria; se da un lato risulta poco riconoscibile dall’altro può essere gradevole quella leggera sensazione di scoperta che perdura anche dopo svariati ascolti.In effetti “The Cult of Sickness” è uno di quegli album che di volta in volta riesce a svelare uno strato delle varie sfumature che lo compongono. Se al primo ascolto ero un po’ diffidente, perseverando sono cadute gradualmente quelle barriere che mi celavano quanto di interessante è riuscito a fare questo gruppo.