
I polacchi Bloodwritten arrivano al terzo album, nella loro più che decennale carriera iniziata nel 1998, con un album che dal titolo e dalle indicazioni nella bio promette assalti frontali ispirati alle “vecchie” glorie del thrash e black come Kreator ed Immortal. Passando all’ascolto di “Thrashin’ Fury”, già della traccia d’apertura, “Whore”, le intenzioni belligeranti emergono con prepotenza, senza però riuscire a nascondere evidenti limiti dal punto di vista della personalità, e della varietà della composizione.
Il drumming è fin troppo spesso banale e ripetitivo, le scelte vocali sono alcune volte discutibili, come durante “Drums of War” e, più in generale, si ha durante tutta la durata dell’album una sensazione di eccessiva ripetitività, senza variazioni di ritmo o tracce che rimangano impresse. La produzione, in fine, è troppo pulita per gli standard del genere, riducendo l’impatto dei pezzi che in questo modo non riescono a lasciare il segno neanche da questo punto di vista.
Sia chiaro, “Thrashin’ Fury” non è un pessimo disco, ma gli elementi positivi (tra cui il buon lavoro della chitarra solista, ed una genuinità sempre lodevole) non riescono a compensare i troppo numerosi ed evidenti limiti, rendendo complessivamente l’album trascurabile ed incapace di emergere nella scena metal odierna.