
Affidarsi, per esprimere il proprio essere musicisti, ad una articolazione sonora avara di chiusure come il Post Rock, è sempre difficile. Sia perché il pubblico fa ancora fatica a riconoscersi entro orizzonti musicali vasti, sia perché ormai, molti, sono abituati a ragionare secondo gli stilemi di “genere musicale” e si sentono smarriti di fronte a qualcosa che possa mettere in discussione il proprio essere all’interno di una corrente.
Affidarsi, come già detto, alle articolazioni Post Rock, comporta molte difficoltà, dal punto di vista della fruibilità e dell’aspetto puramente “commerciale”. Se poi ci si chiude ancora di più, tanto da donarsi agli ascoltatori attraverso una dialettica puramente strumentale, allora il compito appare ancora più arduo. Ma come spesso accade, ciò che non è dato alla luce per piacere cela in sé la forza originaria dell’autoreferenzialità. È questo ciò che accade lungo l’ascolto di “Kinetic”, primo full dei portoghesi Catacombe.
L’album è composto da sette brani che in realtà sono viaggi onirici pregni di sensi d’abbandono e di inquietudine. Appena ci si approccia all’ascolto si palesano le iperboli dei Pink Floyd più sperimentali e qualche rabbioso spettro Sludge. Il tutto velato sempre da un mood che sa di attesa e non implode ma preferisce ipnotizzare l’udito dell’ascoltatore. Nonostante ciò, i brani sono tutti di forma compiuta e non si danno mai all’avanguardia, preferendo assoggettare e non destabilizzare.
Concludendo, “Kinetic” è un lavoro difficile, che taglia fuori l’ascoltatore medio, ma che potrebbe risultare più che interessante a chi concepisce la musica come qualcosa di endemico, che deve, nonostante tutto, trasportare e non unicamente infervorare per qualche bieco istante. Consigliato fortemente a chi ha il coraggio di interpretare e a coloro i quali hanno scelto la via del minimalismo espressivo, perché sanno che molto è stato già detto.