
“Tanto più in fondo vi scava il dolore, tanta più gioia voi potrete contenere” (Kahlil Gibran).
Gioia e dolore sono due facce della stessa medaglia, legati da un legame indissolubile, il dolore è ciò che ci permette di apprezzare la gioia, come la morte è necessaria per apprezzare la vita. Nell’ambiente metal spesso ci si è abituati ad avere a che fare con temi che inneggiano alle parti negative della vita, violenza, morte, crudeltà, disagio. Questo a sottolineare come la realtà sia fatta anche di questi elementi, a volte li si evoca per esorcizzarli. In questo caso si parla di ‘dysthymia’ cioè una forma cronica di depressione.
I Dysthymia, con il loro primo full length, ci propongono un viaggio piuttosto introspettivo in un mondo di pensieri, sofferenza e malinconia, almeno dal punto di vista lirico, perché musicalmente contrappongono una certa reattività, aggressiva, che si fonde sapientemente con la melodia. Spiccano influenze che vanno dai seminali Death alla scena melodic-death tipicamente svedese. Tali influenze sono più marcate in ‘Ode on Melancholy’, pezzo che fa parte del primo demo datato 2003. Nei restanti brani si percepisce la voglia di ricercare uno stile proprio, pur senza scostarsi troppo dagli stilemi del genere di appartenenza.
Le prime tracce ci stimolano l’appetito con dei riffs catchy, con ‘Sink Your Illusions’ si cambia leggermente registro e già si riesce ad apprezzare di più la vena compositiva del quintetto toscano con un pezzo che ricorda qualcosa dei Cynic. I toscani ci dimostrano di sapersi muovere all'interno di svariate sonorità, infatti una caratteristica piacevole di quest’album è che la varietà delle canzoni che evita la fastidiosa sensazione di tracce fotocopia che a volte infesta le uscite metal. Il songwriting è abbastanza curato e ispirato, anche se un eccesso di buona volontà rende certi passaggi poco assimilabili o con svisate tecniche fini a sé stesse (Sink Your Illusion), ma questi sono peccati veniali. In sostanza ‘The Audient Void” è un buon album maturato senza fretta in questi lunghi anni di attività della band.
L’album culmina con ‘Certain Uncertainties’, che ne è il degno epilogo, con la collaborazione del tastierista Oleg Smirnoff (Vision Divine , Death SS, Eldritch). La band affida l’ultima riflessione del proprio viaggio a un riff lento accarezzato da una melodia malinconica con cui ci esprime il disagio di vivere in una società dove l’incertezza riguardo il futuro sembra essere ormai l’unica via stabile.