
Potremmo stare qui a parlare dell' impressionante impatto che ha avuto l' avvento di Internet sulla musica per giorni e giorni. Non sono poche le band (forse ad oggi potremmo azzardare che sono addirittura la totalità) che hanno affidato agli incontrollati flutti della rete le proprie creazioni affidando al giudizio degli internauti. Oramai sono all' ordine del giorno blog e siti specializzati in determinati generi musicali che si preoccupano di dare visibilità a tutte quelle band che sguazzano, nascosti dalle ombre dei giganti immortali, nelle insidiose acque dell' underground sonoro. E non mi riferisco solo a testate giornalistiche amatoriali.
Non vorrei però stare qui a tergiversare su un argomento, che potrebbe comunque essere interessante quanto vogliamo, ma che non rappresenta il soggetto principale di quanto mi accingo a scrivere. Questo vorrebbe essere soltanto una sorta di ringraziamento per quanto significativo possa essere il loro “aiuto” nella costante ricerca di valide realtà musicali, che altrimenti mai verremmo a conoscere.
Ed è proprio su uno di questi blog che mi furono presentati per la prima volta i Fen, band britannica impegnata in un tanto valido quanto interessante mix di black metal (quello dal riffing fitto e graffiante) ed epico post-rock: era il 2007 e l' EP si chiamava “Ancient Sorrow”. Fu subito amore.
Ed oggi, 2011 sulla scia del successo del neo nato “Epoch”(2011), si presentano nuovamente con uno Split-Cd intitolato: “Towards The Shores of The End”, insieme all' esordiente one man band svedese De Arma. Quattro tracce degli inglesi e tre degli scandinavi, per un totale di 52 minuti di quell' ormai famoso post-black metal che tanto fa impazzire i giovani e ogni tanto anche qualcuno più attempato.
Pur sorprendendomi non poco, ho sempre pensato che i Fen fossero una band abbastanza discontinua e a tratti addirittura confusa sulla propria essenza. In “The Malediction Fields” (2008) veniva fuori un certo disorientamento quando si trattava di trovare il perfetto punto d' incontro delle due facce della band, eccellendo invece nei passaggi puramente post-. Riuscendo poi a trovare parzialmente l' equilibrio in “Epoch”.
“Towards The Shores of The End” raccoglie alcuni loro brani scritti tra il 2008 e il 2010, ri-registrati per l' occasione. Quattro tracce che mettono in mostra tutto il repertorio compositivo degli inglesi; da “Soilbound” fino all' acustica “Bereft”(ripresa dal succitato disco d' esordio) , il trio da sfoggio sia del suo lato black più tormentato, sia di quello spiccatamente raffinato post-rock. Nonostante la band riesca ad eccellere nei passaggi lenti ed emotivamente più carichi, ci sono ancora molti particolari da curare e rifinire meglio. Piccoli episodi che sanno più di leggerezze che di intrinseca incapacità compositiva, localizzati in quei passaggi nei quali si trovano a convivere ambedue le maggiori componenti musicali della band. Errori questi, dettati più dall' ingenuità e dall' inesperienza che da altro.
Per quanto riguarda i De Arma, la formazione consiste di un solo membro e questo split rappresenta la sua prima ufficiale uscita sul mercato discografico. Ciò che ci viene proposto non è altro che un canonico black atmosferico con cromature post rock, una via di mezzo tra una versione più pacata dei Woods of Desolation e gli stessi Fen. Non a caso la scrittura dei brani (fatta eccezione per “Noemata”, scritta da The Watcher dei Fen) sono state scritte da Desolate (membro unico degli Austere ndr). Ma la formula, seppur deve comunque fare i conti con ovvietà ad oltranza, sembra funzionare e ci permette di concludere l' ascolto di questo “Towards The Shores of The End” senza troppe smagliature.
Per chi non conoscesse queste due band, credo che questo Split sia un ottimo biglietto da visita per entrambe, un buon esempio di post-black da un lato e di black più crudo dall' altro che potrebbe sia incuriosire i neofiti sia dare qualche certezza in più a chi già sa.
Una band che si riconferma una promettente realtà sulla quale vale la pena scommettere, un' altra che si carica di non poche aspettative, il tutto per un disco che merita veramente di essere ascoltato.