
Herr Morbid, chitarra e voce, nonché principale compositore dei Forgotten Tomb, ce lo aveva detto (in una intervista pubblicata, qualche mese fa, su queste stesse pagine): “per questo album ho lavorato parecchio sulla struttura delle canzoni, usando un'impostazione tipicamente Rock”. O meglio, l’intervistato si riferiva ad una metrica compositiva più compatta ed essenziale. E di fatti, questo nuovo “Under Saturn Retrograde”, rappresenta per la band nostrana, la svolta definitiva.
In realtà, già il precedente “Negative Megalomania” si discostava in parte dalle radici Black Metal del passato, aprendosi entro livelli melodici più “abbordabili” e meno sinistri. In virtù di ciò, anche questo nuovo lavoro si caratterizza per un impeto di fondo che mette sempre in primo piano un mood decadente ed un filtro concettuale negativo, ma a differenza del passato, il sound smussa la propria irruenza Black ed insieme si dona a rallentamenti Doom meno rigidi.
Quanto detto, non deve far pensare ad un lavoro poco ostico o ad una release completamente snaturata dal nome che denota. I Forgotten Tomb sono rimasti una band oscura e che non si svende al facile approccio, solo che Herr Morbid e soci hanno trovato la forza di osare. Diciamoci la verità, la band avrebbe potuto comporre un nuovo album colmo di estenuanti e raggelanti tracce Black/Doom in modo da non tradire le proprie origini. Ma a cosa sarebbe servito? A far felici le schiere di fan più oltranziste, e poi? I Forgotten Tomb, invece hanno scelto la strada delle aperture e non quella della ceca chiusura.
Il primo brano “Reject Existence” è un esempio lampante di quanto detto sino ad ora. Le aspre vocals Black si sposano alla perfezione con un tappeto sonoro degno dei migliori Katatonia. La seguente “Shutter” segue la strada segnata dall’opener, caratterizzandosi per le ritmiche e per un cantato maggiormente lento e straziato, ma la vera sorpresa arriva a metà del brano, dove si ritrovano clean vocals dal piglio romantico e sofferto. Si prosegue con “Downlift”, brano forse un po’ anonimo, non perché sia composto male, ma perché esaurisce se stesso entro binari fin troppo comuni. Arriva “I Wanna Be Your Dog” degli Stooges, a rialzare il tiro; il brano è reso e rivisitato benissimo e non reca in se, alcuna forzatura strumentale rispetto al mood originario.
“Joyless” è forse il brano più facile del disco; questo si sviluppa entro movenze Gothic, grazie anche alle voclas pulite e profonde che rendono la traccia non dissimile dalle più comuni produzioni in ambito Gothic Metal. La titletrack è un vero e proprio omaggio al passato, un brano di taglienti sferzate Black Metal e di soffocanti genuflessioni Doom; assolutamente splendida la coda acustica dello stesso (Under Saturn Retrograde Part II) che ricorda la chiusura inaspettata e suadente di Symptom of the Universe dei Sabbath.
E si giunge così alle due tracce finali, rispettivamente: “You Can't Kill Whos Already Dead” e “Spectres Over Venice”. Ottima la prima, forse il brano migliore nel combinare il passato ed il presente della band. Mentre la seconda, apparsa già nella raccolta “Vol. 5: 1999-2009”, è una traccia che guarda al Black atmosferico e rappresenta una degna chiusura a questo lavoro.
Un disco che da un lato testimonia e riafferma le qualità compositive della band, dall'altro (in qualche episodio) tende un po’ a smarrire l’efficacia e cerca il classico coup de théâtre, che però non arriva. La decadenza, in “Under Saturn Retrograde”, si rivela attraverso strade leggermente dissimili; ma, credetemi, questo è un bene. Anche perché, finché il livello espressivo si mantiene su questi standard, non si può non esser fieri di condividere la nazionalità con questa band.