
Giungono al terzo album, le nipponiche Vivian Slaughter e Risa Raper, note ai più in qualità di band sotto il nome di Gallhammer. “The End”, questo il titolo del disco mette ancora una volta in primo piano la personalità della band, una personalità costruitasi intorno alle referenze sonore più disparate. Si perché se da un lato troviamo rimandi cupi al Doom Metal, dall’altro restano forti le influenze della scuola Black Metal norvegese (nella sua forma più essenziale ed oltranzista) e del Crust/Punk di progenie Amebix. Naturalmente il tutto è rivisto attraverso un nichilismo strumentale che contempla unicamente basso e batteria e che per questo suo modo d’essere rende la proposta tutta, ostica e non facile a coloro non abitui alle sonorità pesanti e nefaste.
Sulla falsariga delle referenze, si muovono i brani tutti, e quindi accanto a monolitici e decadenti fregi Doom, si ritrovano brani veloci e malati. Ottime, come sempre, le vocals di Vivian sia nelle forme più estreme che in alcuni falsetti giocosi e disturbanti. I brani in sé non sono composti male o senza raziocinio, nonostante qualche forma caotica, nelle componenti più di attitudine Punk, a volta prenda il sopravvento, ma soffrono di mancate variazioni. Per rendere l’idea, nonostante i tre generi di riferimento, le tracce restano sempre chiuse nella propria singolarità referenziale e non vanno mai a sovrapporre i generi da cui derivano. Con un risultato che di volta in volta appare troppo monotematico.
Certo, la band riesce in ogni caso a trasmettere sensazioni forti, siano esse dominate dall’angoscia o dalla rabbia, ma spesso eccede troppo (il brano“Wander” è un esempio lampante) e tende a lasciar svilire l’attenzione dell’ascoltatore.
Un lavoro senza infamia e senza lode, che mi sento di consigliare unicamente a chi ha la possibilità di ascoltarne, prima, i contenuti. Naturalmente se siete per il trionfo dell’essenziale e per il piglio nichilista, qui troverete pane per i vostri denti.