
Prescindendo da qualsivoglia definizione di genere e stile musicale, il saper comporre buona musica è un patrimonio che si culla nel talento; da ciò si evince, con facilità, che tale “patrimonio” appartiene a pochi. Nel caso odierno, ovvero quello riguardante questo primo lavoro dei Kamlath, non ci si trova di fronte ad un album avanguardista, di quelli capaci di dettare le coordinate e di influenzare intere generazioni di musicisti, ma ciò non toglie che il talento dei suoi autori, regala e saprà regalare soddisfazione agli stessi ed ai potenziali ascoltatori.
Presentatisi come Dark Metal band siberiana, in realtà il progetto Kamlath cela in sé alcuni musicisti noti alla maggioranza del pubblico. Parlo di Mike Wead alla chitarra (Bibleblack, King Diamond, Mercyful Fate, ex-Hexenhaus, ex-Memento Mori, ex-Witch, ex-Candlemass, ex-Maninnya Blade, ex-Abstrakt Algebra, ex-Warning), di Dennis Leeflang alla batteria (ex-Within Temptation) e del “nostro” Marco Benevento alla voce, rappresentate di quello che, personalmente ritengo uno degli act di maggior calibro all’inteno del Doom Metal europeo, ovvero i The Foreshadowing.
Detto questo, bisogna subito dire che “Stronger Than Frost” è un lavoro che si muove in modo alterno, spesso sbilanciato tra songs ispirate e momenti di maggiore anonimato. Lo stile della band va ricercato nelle radici del Doom Metal d’impronta melodico/emozionale. Ed è proprio alla estenuante ricerca del pathos emozionale che sono dirette le sette tracce che compongono il lavoro; in merito a ciò i brani mettono in risalto un mood sofferto ed estremamente melodioso che ha il merito di stemperare le dinamiche metalliche di base. Naturalmente è nella diversificazione e non nell’estremo tributo al riff che vanno ricercate le distanze tra il Doom più classico e la proposta dei Kamlath, nonché nelle linee vocali di Benevento, eccelso come sempre, anche se rispetto alla propria band madre, il singer impregna le proprie vocals entro chiaroscuri meno imperiosi e teatrali rispetto ai propri standard. Ma è una scelta dovuta, dettata anche dal continuo gioco di una musicalità che gioca tra il tenue ed il vigoroso.
Tra i brani di maggior rilievo del disco, vanno annoverati: l’opener “Ishger”, “Thy Revelation” (forse il brano migliore del lotto) e “One Tired Wise”. Discorso inverso per “Seven Thousand Winters” che fila via in maniera troppo anonima ed apporta qualche senso di déjà-vu, ma è un breve episodio sul quale si può sorvolare, nella valutazione complessiva di un disco più che interessante.
In conclusione, “Stronger Than Frost” è un lavoro non avaro di spunti interesse, e questo sia per le qualità compositive evidenziate, sia perchè si pone ad uno stato intermedio tra l’asfissia ed il romanticismo. Consigliato.