
Da che mondo è mondo il citazionismo petulante è sempre stato il rifugio in trincea di chi non riusciva a reggere un confronto o quantomeno una squallida ostentazione di becera wiki-cultura oppure, in casi più sporadici, una dimostrazione acuta di sapienza e di totale coscienza della propria cultura. Per rendere ciò che dico più tangibile potrei fare l'esempio di Quentin Tarantino che ha fatto del citazionismo il proprio marchio di fabbrica, tanto da rendere le sale cinematografiche un vero e proprio campo di battaglia nel quale gli spettatori fanno a gara nel riconoscere i tributi che il contemporaneo mattatore splatter rivolge alla cinematografia mondiale. Vedendo un Grindhouse, un Kill Bill, Deathproof lo accusereste di plagio? Penso proprio di no. Alla luce di questa breve osservazione vi voglio presentare non a caso dei mini-tarantino del Thrash spagnolo: Legen Beltza.
Il quartetto basco, nato nel 1998, si presenta auto-producendosi nel 2010 prima, e sotto l'ala della Punishment18 oggi, con quello che è il loro quarto full: “Need to Suffer”. Rispetto ad altre realtà conterranee (Aggression e Angelus Apartida sono i primi che mi vengono in mente) sono sempre stati un po' messi da parte dal pubblico europeo, forse perché provenienti da una nazione che è sempre stata considerata tra le più povere di metallo interessante, oppure per un generale e immotivato snobismo: “Fanno Thrash? Non sono tedeschi o americani? Non saranno nessuno”.
Il disco il questione ha tutte le carte in regola per farsi amare da tutti coloro che corrono il rischio di arrugginirsi con cose sciape e insipide. Il quartetto basco sin dai primi minuti da l'impressione di esser venuto su a pane e Sodom/Kreator, mandato giù rigorosamente con una bionda ghiacciata, di quelle dalle lattine ricoperte di condensa che finisce inevitabilmente per scorrerti sulla mano; bestemmi, hai la zampa bagnata, ma “chissene” se mi fa godere.
Ecco,i Legen Belza sono proprio come una birra ghiacciata d'estate, non una birra da intenditori, ma fa il suo dovere. Sfuriate, assoli taglienti, down-tempos e riprese scavezzacollo non si contano, un Thrash scolastico insomma, ma nonostante fatichi abbastanza nell'emanciparsi dai vari Kreator e Sodom per quanto riguarda il songwriting; e di Slayer e Destruction per impatto sonoro e attitudine, i LB ci mettono anche del loro nel reinterpretare queste importanti lezioni e lo fanno in modo tutto sommato intelligente, non ingenuo.
Un disco non perfetto – si tende ancora ad una generale voglia di mettersi in mostra, segno forse di un' insicurezza di fondo – ma non per questo non può rivelarsi godibile e apprezzabile; dagli albori ad oggi hanno fatto molta strada e questo “Need to Suffer” sembra quasi un' ipoteca di miglioramento, io voglio crederci.
Visto che ci siamo, cito anche io va: <