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Recensioni New Releases Midnattsol :: The Metamorphosis Melody
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midnattsolalbum2011
  • 2011
  • Napalm Records
  • Valutazione: 6.5/10

Ci sono voluti circa tre anni di attesa per questo nuovo album di studio targato Midnattsol. Sestetto teutonico, capitanato dalla norvegese Carmen Elise Espaneas, che propone fin dagli esordi una miscela di sonorità non esattamente confinabile in maniera netta e univoca all’interno di un solo genere. Ci hanno provato in molti, arrivando persino a definirli “Folk-metal”, definizione che sfiora il ridicolo: non basta un nome nordico che richiama alle fredde latitudini dei fiordi, con il sole ancora all’orizzonte allo scoccare delle 24 (Midnattsol, sole di mezzanotte appunto), per essere “Folk”, aggettivo che “fa figo” e ultimamente viene attribuito sempre più a casaccio.

Questa introduzione, che pare buttata lì come un manifesto ai celeberrimi “voli pindarici”, è più che mai necessaria per sottolineare due cose, errate tra l’altro, che accompagnano l’uscita di questo disco. La prima cosa sbagliata è che non ci troviamo davanti ad un album “Folk”, ma neanche lontanamente, inutile cercare di forzarlo in una “scatola” che non gli appartiene: Può essere un album goth, possono essere ritrovati richiami al Symphonic di foggia più moderna, può essere addirittura accostato all’epic-metal, seppur molto alla lontana, questo CD; ma di Folk se n’è trovato davvero poco o niente. E come sempre, leggere un album in un contesto che non è il suo, vuoi per una generale pochezza di ascolti alle spalle, vuoi per eccesso di sufficienza nell’approccio, porta fisiologicamente a recensioni che quando non sono negative sono, a essere gentili, mediocri. Giudizi che per quest’album sono decisamente troppo severi

Parlando di questo “The Methamorphosis Melody”, è un album che di certo non segna una decisa svolta in avanti per il sound del gruppo ma, nonostante ciò, non si può definire in tutto e per tutto un brutto album. Certo alcune soluzioni, già fin troppo usate nel genere, potranno essere venute a noia ai più, vedi ad esempio la continua alternanza di parti più puramente “metalliche” a pezzi più lenti, ora melodici, ora orchestrali, che vengono sparpagliati più o meno ovunque, talora indovinando, talora no; è il caso di brani come “Spellbound” che suona quasi come incompleta, amorfa, nonostante la bontà delle line vocali, o anche nella title-track che, sebbene sia più valida dal punto di vista compositivo, insiste davvero troppo su linee forzatamente “Symphonic”.

L’intermezzo melodic-romantico di “A Poet’s Prayer” proprio non suona, tronca li a metà il pezzo e pare buttato a casaccio,  Meglio pensate risultano invece tracce come “Forlon” e “The Tide”, lontane anche esse dalla perfezione però, molto buone da un punto di vista strumentale, le tracce risultano invece carenti nelle line vocali, troppo anonime, troppo “soft” nella prima,  mentre nella seconda la carenza si sente distintamente nell’uso di orchestrazioni veramente troppo “catchy”.

Come pezzo melodico risulta particolarmente riuscito “Goodbye”, molto dolce, evocativo, e sapientemente impreziosito da echi orientaleggianti, quasi da “mille e una notte” nel riffing. Un discorso simile si può fare per “My Recreation”: pezzo semplice (non serve per forza forzare su complicatezza e modernismi strani per essere efficaci), in cui le linee vocali di Carmen Elise risaltano alla perfezione.

Ma la menzione d’onore la merita “Kong Valemons Kamp”, traccia su cui il gruppo sembra aver puntato molto, e a ragione: fin da subito se ne sente la sua forza e la sua bontà; il riffing è corposo, per nulla banale, la sessione metrica di bassi e drumming si amalgama alla perfezione a tutto il resto, accompagnando le corse dei vocals su e giù per le ottave (il cantato è davvero qualcosa di sublime in questo pezzo). Tracce così aprono un bel po’ di interrogativi nell’ascoltatore che, non è difficile immaginarlo, si chiederà che fine ha fatto tutta questa ispirazione compositiva in almeno metà (se non 2/3) del restante play-time dell’album.

Un’ ultimo richiamo va fatto, non tanto al gruppo, quanto alla label, probabilmente detentrice della fatidica “ultima parola” per quanto riguarda la scaletta definitiva del disco: Una traccia come “Predator’s Pray”, concettualmente sequel e nemesi di “A Poet’s Prayer”, e a quest’ultima nettamente superiore, perché è stata rilegata al semi-anonimato della bonus track? Il discorso sarebbe ampio e meriterebbe un bell’approfondimento (più in generale), che sintetizzo in una provocazione: verrà il giorno in cui sarà chi capisce di musica e con essa opera (ovvero gli artisti) ad avere il massimo potere decisionale, piuttosto che delegarlo a degli pseudo-manager dilettanti (i produttori discografici) che dovrebbero avere ben altri scopi.


  • Tracklist:
  • Alv
  • The Metamorphosis Melody
  • Spellbound
  • The Tide
  • A Poet's Prayer
  • Forlorn
  • Kong Valemons Kamp
  • Goodbye
  • Forvandlingen
  • Motets Makt
  • My Re-creation
  • Band Website

 

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