
Vi sono alcuni che si conquistano la credibilità da parte delle masse, proponendo una miscela sonora coerente a sé stessi ed a ciò per cui si è nati in qualità di band. Altri invece vivono di credibilità perché non conoscono altri modi d’essere. Questi ultimi sono di norma nomi che restano per sempre all’interno di una scena musicale e la travalicano. In tal senso fare il nome di Lemmy dei Motorhead può essere un esempio che inquadra alla perfezione ciò che dico.
Nel caso dei Murder Junkies ci si trova a dover raccontare di una band formata da Merle Allin, fratello dell’emblematico GG Allin (personaggio per il quale ci vorrebbero molte righe per rendere giustizia a ciò che è stato e che, nonostante non sia più tra noi, continua ad essere), anch’egli a suo tempo, membro della stessa band. Come detto in apertura i Murder Junkies sono con tutta probabilità la band più credibile del panorama Punk/Rock americano, e non solo perché anche se siamo nel 2011, propongono la sola miscela di riffs semplici e diretti mista ad continuo esercizio di attitudine. Ma perché, come pochi, incarnano l’incubo americano; quello dell’uomo distante dagli schemi della società, quello che è incapace di farsi da solo e di immettersi nella logica bigotta del self-made man, e che non trova altra espressione se non nel criticare ferocemente e crudelmente ogni forma di perbenismo di facciata.
Dodici brani marci, che però non dimenticano melodie catchy di derivazione Ramones, questo è “Road Killer”, un concentrato di amenità per stomaci forti. Si va dalla più che esplicativa, nel titolo, “Once A Whore”, alla degenerazione dello stesso argomento di “Two Dicks In Your Mouth”. Dal manifesto di nichilista di “Hated In Life”, alle storie folli di “My Little Fuck Doll” e “Piss Drinkin' Jew”, in un sostrato sonoro e concettuale, grezzo ed ignorante che viene descritto alla perfezione dalle vocals ,che sanno di sbronza, di P.P. Duvee. E se proprio non sono riuscito a convincervi sulla proposta della band, vi consiglio di ascoltare “Mass American Suicide” e di apprezzare la facilità con quale i Murder Junkies riescono a scrivere chorus immortali.
Certo, l’album, è un lavoro volutamente chiuso nel suo genere, anche perché come detto la band fa l’unica cosa che sa fare, ovvero quella di essere eccessiva e di proporre, senza alcuna mediazione, ciò che pensa e ciò che suona. Senza remore alcuna, si può affermare che “Road Killer” è il disco più disturbante ed allo stesso tempo, irresistibile di questo primo giro di 2011.
Non vi è business o ricercatezza intellettiva che tenga, quando l’attacco arriva dai reietti della più vicina fogna societaria. Regalatevi questa cloaca di insulti, non ve ne pentirete.