
Ottavo full-length di studio per gli statunitensi Seven Witches, questo “Call Upon The Wicked” che segue, dopo un silenzio di quasi 4 anni il precedente “Deadly Sins”. Esponenti di quella New Wave dell’heavy metal, che molto prende dai classici immortali del genere, il quartetto del New Jersey propone al fruitore un heavy diretto, semplice e con pochi fronzoli o spunti particolarmente innovativi.
Non fa assolutamente eccezione nemmeno questo nuovo lavoro. Un concentrato di dodici brani heavy che spende il suo play-time altalenandosi tra gli alti e bassi del genere; si trovano spunti ben concepiti, riff che in alcune parti possono ben figurare con il loro sound (anche se quest’ultimo è di solito terribilmente “catchy”), sessioni metriche e drumming che si collocano tra il ben fatto ed i riferimenti classici ma ben concepiti, fino a cadere, più di una volta nel triste, nel trito e ritrito. Le linee vocali, invece, raramente convincono, e nei pochi casi in cui davvero riescono a ottenere considerazione, e magari anche a strappare qualche plauso, suonano decisamente troppo “maideniane”. Si vede fin da subito, quanto detto sopra, nella traccia uno “Fields of Fire” caratterizzata da vocals che quando non sono scontate o spompate, diventano davvero troppo scopiazzate dai grandi gruppi del passato.
Proseguendo nel lungo play-time dell’album (61 minuti), raramente si trovano parti che il fruitore potrà definire “geniali”, “Lilith” , seconda traccia dell’album è un insulto alla dea di cui porta il nome, se da un lato la sessione metrica bass & drumming suona più corposa e convincente, il tutto è vanificato da un riffing smorzato che pare in fase embrionale e da delle linee vocali oscene, prevedibilissime e ripiene di acutini e versi in falsetto strozzato buttati qua e la a casaccio. Un discorso simile lo si può fare anche per “Ragnarok” e “Jacob”, altri due pezzi in cui il cantato è oscenamente triste, scontato ed auto celebrativo, un vero peccato perche in questi pezzi, in special modo nella prima citata il riffing raggiunge dei livelli più che passabili.
Le uniche note positive sono tracce come “Harlots of Troy”, leggermente “catchy” anch’essa ma con dei riffing al vetriolo, veloci, diretti ed ispirati; uno degli esempi più alti presenti in questo disco. Non è niente male nemmeno la title-track che rappresenta, invece, il punto più altro della metrica e del drumming (ed è una delle pochissime tracce in cui le linee vocali non fanno letteralmente pena - N.d.A.). E per finire segnaliamo anche “Mind Games”, non certo una gemma destinata alle rune druidiche dell’immortalità metallica, ma un buon pezzo che si lascia ascoltare, ispirato e decisamente d’impatto, costituisce forse l’unico esempio di amalgama perfetta, o quasi, tra i vari strumenti.
A conti fatti questo “Call Upon The Wicked” non è del tutto un album da gettare nel sacco dell’indifferenziata, occorre però selezionare con attenzione. Qualcosa di buono c’è e si vede, ma ancora non è perfetto, è l’ennesima riprova che per fare Heavy, non basta essere di presa sul pubblico, non basta seguire alla lettera i diktat dei grandi classici. Per fare bene un genere che pare in esaurimento, vista la longevità, c’è bisogno di aria nuova; e pazienza se qualche fan tra quelli più in su con l’età storcerà il naso.