Tornano a far parlare di loro i texani Solitude Aeturnus, recentemente usciti dalle sale di registrazione con questo “In Times of Solitude”, ennesimo capitolo della loro longeva carriera (l’anno prossimo la band saluterà il quarto di secolo); capitolo quest’ultimo che è in verità una compilation, ovvero una raccolta di brani scelti tra quelli proposti agli albori della carriera, reinventati e rimasterizzati, ma comunque riprodotti il più fedelmente possibile e mai vituperati.
L’album ripresenta le versioni demo del periodo 1987 – 1989, il Chapter I, se vogliamo, della band, pregno di quel Doom-metal genuino e primigeno che pare scomparso oggi. Ascoltandolo ci si rende subito conto che si sta affrontando una composizione “datata”, ma è altrettanto vero che, scorrendo il play-time di questo disco, l’udienza si rende conto che non potrebbe suonare diversamente da così: ha un retrogusto antico, cupo e perso nel tempo, che scatenerà qualche groppone di malinconia negli amanti del genere, grossomodo quelli dai venticinque in su.
Arriviamo all’album che si apre con due tracce a tinte cupe, curate al limite del maniacale: “It came upon one night”, lugubre e misteriosa con una sessione metrica a tratti “solenne” e sempre squisitamente inquietante; “Trascending Sentinels”, nonostante sia più “Acoustic” della precedente, ha un costrutto ancor meglio eseguito, cupissimo che sembra saltare fuori dai più bui cimiteri vittoriani dell’ ‘800. (davvero, l’ambientazione non è esagerata). A volere trovare un difetto a questo bellissimo combo d’apertura, potremmo dire che le linee vocali a volte sembrano mancare di qualcosa, risultare un po’ troppo gentili, poco “riempite”, ma si tratta veramente del classico “pelo nell’uovo”.
Si alza decisamente il ritmo con tracce come “Into battle” , il pezzo più scenografico per quanto riguarda il riffing e le tinte sonore, in certi tratti il sound sembra richiamare i “thrasher” di quel periodo, fornendo un intervallo che ci può stare. Ma come ben si addice ad una band abituata a stupire, abituata alla cura maniacale di ogni cosa che fa (e ciò si sente), “the best is yet to come”: ovvero le parti migliori dell’album sono nella sua parte finale. “Sojourner” è davvero una traccia complicatissima per un primo ascolto, impossibile capirla a pieno, le sue tinte forti e taglienti, nascondono un intento drammatico, distruttivo (o auto-distruttivo), le percussioni pestano come un cuore angosciato e sembrano perennemente all’inseguimento del riffing. Una delle composizioni più poetiche e figurative che si possano udire nel genere Doom di quel periodo.
Un’altra piccola meraviglia è “Remembrance of a Life”, brano sottolineato da una sessione metrica che pare slegata in più di una parte dal riffing e dal tessuto vocale; la struttura è al limite dell’illogico, come a voler sottolineare che l’estetica non ha logica, la melodia non ha forma, e la musica non ha canoni. Il fascino del mostro, un soggetto squisitamente adatto al genere, unito ad un coraggio compositivo da applausi.
Si chiude alla grandissima con “Mirror of sorrow” che, se vogliamo, sembrerebbe sintetizzare a pieno l’intero genere: La voce è un lamento, un latrato che spicca dall’oscurità di un tappeto sonoro da paranoia schizoide, Lentissimo come una tortura cinese, soffuso, perfettamente pulito nel suo illogico stravolgimento dell’armonia. E poi tutto sale, l’apogeo del Doom, di un doom che non esiste più, che spara il suo lamento da gigante ferito nel crescere senza posa del drumming, nei cadenzati assoli di basso del finale…senza dubbio la traccia migliore del disco. Una rappresentazione perfetta di un salto nel passato e di un salto nel buio. Necessita di almeno tre o quattro ascolti per essere capito in pieno ma difficilmente lascerà deluso chi s’intende del genere.
Un’unica piccola pecca, o meglio la mia è una provocazione: doveva proprio, una band di questo livello, tributare i Metallica? Nella penultima traccia Live “And Justice for All”, tra l’altro registrata da schifo. Ai posteri l’ardua sentenza.