
Cosa succederebbe se al posto del sole, proprio nel bel mezzo del nostro sistema solare, vi fosse un buco nero? Uno di quelli a cui nemmeno la luce può sfuggire e che non permette l’allontanamento di alcun corpo da sé. Con tutta la fantasia con la quale si vuole giocare, sarebbe davvero estremamente difficile pensare ad un qualcosa di simile che ingoia e che fa proprio il tutto generando poi il nulla.
Questo piccolo interrogativo posto la lettore non fa altro che identificare dal punto di vista sonoro questo nuovo album degli Spancer, band tedesca che con “Greater Than the Sun” da alle stampe il terzo studio album (quarto se si conta anche lo split del 2005 in compagnia dei Versus the Stillborn-Minded). Si, perché il lavoro in questione, grondante di materia Sludge/Doom Metal non è altro che un piccolo ed ipnotico viaggio entro una espressività catartica che ha in sé tanto l’ossessività del Doom Metal quanto la spazialità allucinata dell’Heavy Rock psichedelico degli anni 70, a tutto ciò si sommano frustrati sensi Sludge che riportano alla mente gli EyeHateGod. Ed è proprio alla band americana che gli Spancer pagano il maggior tributo referenziale, in particolare sotto il punto di vista atmosferico del disco.
Per ciò che invece concerne il songwriting, i tedeschi prediligono un’altra strada, che è quella della lunghezza (eccezzion fatta per “Those Once Lost – Godhead” di soli 7 minuti), i brani non scendono mai al di sotto degli undici minuti di durata, con il picco dei quasi sedici minuti della iniziale “The Great Saint Equaling Heaven”, probabilmente il brano migliore del lotto. Non pensante però che tale lunghezza giochi a sfavore del risultato finale, perché la band gioca con riffs e tempi circolari ed in questo lascia sempre che l’ascoltatore si ritrovi, pur perdendosi entro una realtà distorta. Una realtà pesante e pachidermica, con percussioni primitive ed essenziali, vocals urlate e straziate ed un comparto di effetti psichedelici che intervengono sempre nel momento adatto e che apportano un tocco di estraneità.
Se Iron Monkey, Church of Misery, Grief e Warhorse non vi suonano aliene, gli Spancer sapranno ammaliarvi in egual maniera. Un lavoro di tutto rispetto, certo di genere, ma che ha moltissimi punti di interesse.