
Fermi tutti! Cosa odono le mie orecchie?! Sono diventata improvvisamente Marty McFly e un vortice mi ha catapultato negli 80’s? Ah, no. Sto solo ascoltando un nuovo acquisto della Listenable Records. Sono molto incuriosita. Faccio un rapido giro sulla loro pagina nel web ed ecco che mi trovo davanti uno spettacolo alquanto singolare…i Tornado: cinque rockettari/metallari dalla lunga chioma. Niente di strano, direte voi, se non fosse per le particolari mises del cantante “Superstar” (wow!!) Joey Severance, che sfoggia attillati pantaloni in candido PVC e cinturone da wrestling. Ho le idee un po’ confuse. Quando la musica comincia, anch'io comincio a capirci qualcosa. Mi trovo alle prese con uno strano mix che, nonostante tutto, pare funzionare. Immaginate i due generi che furono le colonne portanti dei mitici anni Ottanta e fate sì che formino un tutt’uno. Sto parlando della “Bay Area school of thrash” e del mio amato glam (quello vero). I risultati di tale esperimento potrebbero essere soltanto due: o un totale disastro o una vera bomba.
Cominciamo la ricetta.
Prendete i seguenti ingredienti:
- un goccio di Metallica (annate 1983-86)
- un pizzico di Slayer (quanto basta)
- abbondate pure cospargendo il tutto con i Mötley Crüe.
Bando alle ciance. Il moniker non mi aveva convinto nel modo più assoluto. Troppo scontato, mi sono detta. Il titolo del disco, invece, mi ha rincuorato. Un divertente gioco di parole con un certo fascino, bisogna ammetterlo. Eppure, se non si giudica un libro dalla copertina, lo stesso vale per un disco (anche perché, volendo essere sinceri, mi è arrivato semplicemente masterizzato; se non fosse stato per internet, non avrei conosciuto nemmeno l’artwork, quindi…).
Chi mi conosce sa bene che thrash e heavy sono un po’ la mia linfa vitale, ed è per questo che mi sono sentita abbastanza fiduciosa prima di affrontare i 12 pezzi del full-lenght.
Il primo impatto è stato decisamente positivo. “A bold statement” è la prima traccia. Il volume cresce pian piano e ad alzarlo sono le chitarre di Michiel Rutten e Daddy B. (due, secondo le regole, bene!), con le loro accattivanti distorsioni. Una batteria decisa e capace aumenta la velocità (mi piace, mi piace!) ed entra in scena la voce. Non male. Il pezzo è orecchiabile e trascinante nei suoi cinque, piacevoli, minuti.
Andiamo avanti. Ecco che comincia ad esserci qualcosa che non va. “Hate worldwide” non dice niente, non lascia niente e si rende pericolosamente simile alla prima canzone. Bene o male, lo stesso si può dire di “3 of 8”. Le potenti schitarrate non la salvano al mio orecchio.
Va bene, sono i primi pezzi.
Continuo imperterrita, non è mai detta l’ultima parola, dopotutto.
Ritrovo le speranze con “Noora” che mi stupisce con una bella sezione ritmica e un’altrettanto coinvolgente linea vocale, impreziosita dal suono metallico di una voce maschile, che si intrufola, di tanto in tanto, tra le veloci chitarre. Interessante è anche “Priesthood pedophilia”, che sfoggia un titolo crudo e d’impatto per un testo graffiante.
Ora, ho davvero finito gli appigli.
Se amate il thrash soltanto come accompagnamento per le serate che non passate “in bianco”, se vi piace mettere qualcosa che vi gasi mentre state guidando soli soletti, “Amsterdamn – Hellsinki” può andare bene. Mi permetto, tuttavia, di sfidare ognuno di voi a ricordare i pezzi o, se preferite, anche solo a fischiettarne il motivo. Un disco che manca di personalità e slancio, nonostante la bravura innegabile dei componenti della band. C’è del lavoro da fare.