
Ci sono band affermate che non hanno bisogno di presentazioni di sorta, queste, spesso, possono permettersi qualsiasi tipo di smacco sonoro nei confronti di critica e supporters senza per questo veder depauperato il proprio budget. Ve ne sono altre che appena affacciatesi all’interno del panorama sonoro dimostrano doti di tutto rispetto. Purtroppo però, questa seconda categoria raccoglie sempre molto meno rispetto al valore dimostrato sul campo. Vuoi perché pochi sono disposti a scommettere, vuoi perché si preferisce “andare sul sicuro” concedendo la propria attenzione al blasone e poco alla qualità; in definitiva, il mercato è sempre cieco rispetto ai meriti.
Oggi vi racconto dei Wölfhead, band della catalogna che da alle stampe il primo, omonimo debut album, e lo fa per la Doomentia Records, etichetta che nel giro di pochi mesi ha immesso sul mercato una serie di releases che farebbero la fortuna di qualsiasi major. La band spagnola si fa autrice di un roccioso ibrido Stoner/Doom Metal dai tratti epici e fortemente evocativi.
Sin dall’opener “Journey by the Shaman’s Hand”, si viene trasportati all’interno di una realtà sonora fatta di percussioni marziali, riffs circolari e vocals che giocano tra lidi di paranoia e dichiarazioni di possanza. A metà strada tra il Metal classico di matrice epica, le tensione Doom e i paradisi artificiali Stoner “Wölfhead” (il disco) riesce a catturare l’attenzione dell’ascoltatore ed a rapirlo. E se nella già citata opener, a farla da padrone sono i momenti votati alla matrice psichedelica, la seguente “Cul de Sac” è un brano forte quadrato ed eccessivo (nella forma up tempo), che farà la gioia di ogni defender.
Si continua con gli otto minuti abbondanti di “Sons of Asgard”, dove vengono chiamati in causa tanto Manilla Road quanto i Grand Magus; dei primi vi è il taglio epico/marziale, mentre dei secondi vi sono i riffs grassi e le vocals basse ed aspre. “Doomed Faith” è il brano manifesto del disco, dove viene in primo piano tutto l’amore della band per il riffing e per la tradizione Doom americana (Saint Vitus su tutti).
Chiudono, in grande spolvero, la titletrack e la cover dei Pink Floyd “Wish You Were Here”. La prima è forse l’episodio migliore del disco; un brano carico di tensione, dalle modulazioni vocali altere e cangianti, pregna di mood ritualistico. Un brano in crescendo che sfocia, nel finale, entro una cavalcata metallica degna d’altri tempi. Per ciò che concerne la cover dei Pink Floyd, beh, “Wish You Were Here” è un brano che parla da solo che non ha bisogno di commenti; nel caso specifico, il brano è molto simile all’originale e si lascia apprezzare in maniera cristallina.
Un lavoro davvero sopra le righe, per questa band a cui sarebbe davvero un peccato non concedere attenzione. Doom/Stoner e classic Metal in una combine dal taglio personale che, sono sicuro, riuscirà a sorprendere anche i più scettici.
Per fortuna esiste ancora qualcuno capace di scrivere un lavoro qualitativamente costante.