
“La pia finzione secondo la quale il male non esiste lo rende soltanto vago, enorme e minaccioso.”
Aleister Crowley
I primi anni ’90 hanno visto nascere molti tra i più bei dischi black metal di tutta la storia del genere.
Siamo precisamente nel 1995. I norvegesi Darkthrone pubblicavano “Panzerfaust” con la preziosa supervisione di Satyr e con l’aiuto di Varg Vikernes, Abbath e i suoi Immortal lanciavano “Battle in the North”, la copertina di “Dawn of the Black Hearts” dei Mayhem dava adito a polemiche e suscitava disgusto e, dalla Polonia, i Behemoth partorivano il loro primo lavoro “Sventevith (Storming Near the Baltic)”.
Nel bel mezzo di questo pandemonio estremo, dall’altra parte del mondo gli australiani Nazxul creavano un oscuro gioiello per arricchire le fila dell’Armata delle Tenebre, “Totem”. All’epoca prodotto dalla Vampire Records, questo capolavoro maledetto d’oltreoceano passò sotto silenzio e la band rimase nell’ombra (nell’ombra erano, per ironia della sorte, i cinque componenti che, nella photosession originale dell’album, non mostravano mai i loro volti, restando sempre avvolti dalla più profonda oscurità). Finché, nel 2009 questi cinque cavalieri neri vengono reclutati dalla tedesca Eisenwald. Una volta accolti sotto la sua sapiente ala protettrice, in occasione del suo quindicesimo anniversario, “Totem” viene riproposto al mondo in tutta la sua delirante follia.
Un occulto rito iniziatico, un cammino verso il male lungo dieci brani, accompagnato dallo sguardo di Lucifero tricefalo, da pentacoli, geni alati e arcani simboli runici, ambientazione perfetta di testi blasfemi e parti atmosferiche e violente in puro stile norwegian black. Non è un caso che l’ispirazione maggiore venga da “De Mysteriis Dom Sathanas” dei Mayhem.
Intricato labirinto di suoni assordanti e grida, brutalità e orrore vomitati fuori da un abisso infernale.
“Totem”. “The geist that guides the walk to madness”.
È la title-track a dare inizio alle danze. La batteria parte sommessa ma solo per pochissimi secondi per enfatizzare la comparsa dello screaming glaciale di Dalibor Backovic che, fedele sacerdote del Signore del Caos, alza il suo nero vessillo con un grido che viene dal profondo. Il suono si fa subito unico e pesante nel blast-beat sfrenato della batteria, nel riverbero e nelle parti in cui le parole divengono incomprensibili ed inquietanti. “Watching and Withering” ha davvero le sembianze di una marcia. I passi sono scanditi dalla sferzante doppia cassa e dal growl travolgente. Dopo un’ intro di penetranti brusii e l’improvviso rumore di un tuono che squassa il silenzio ecco che, con le impazzite chitarre “a zanzara” di Wraith e Mitchell, prende vita “I Awaken (Among Them)”. Il caos si placa solo per un istante ed ecco che vediamo emergere “Unearthed”, come un’oscura preghiera recitata da Backovic che, al microfono, non delude neanche per un attimo, trascinando la sua voce graffiante per tutto l’album. Il suono distorto con cui si apre “Vermis Mysteriis” è un vortice di smarrimento e rabbia. Seve Hughes alla batteria scatena ancora la sua furia incontrollata e nel mezzo del frastuono di chitarre ronzanti e pesanti colpi, i momenti in cui il tempo sembra rallentare sono davvero una mera illusione. I pezzi si segguono quasi senza tregua, “Hatred” è pura violenza. “Endless Reign of Power” è un capolavoro di tecnica dalla bellezza pericolosa. Qui, le tastiere del compianto Greg Morelli si fanno avanti prepotentemente, per evocare al meglio il buio Regno che questi australiani dallo spirito norreno sembrano conoscere in tutti i suoi reconditi misteri. È passando per “Distance Begins” che la discesa continua. Dai tratti epici e maestosi, le tastiere si fanno memori della tradizione symphonic (in questo disco davvero ridotta a pochi sprazzi, seppur notevoli, in favore di un black più puro e spoglio di qualsiasi orpello superfluo). “Amidst the Flames” è la colonna sonora del compimento del rito. Si giunge a percepire il senso del sublime, terrore e fascino, incanto e nera magia che introduce la fine del disco. Ma fate attenzione. Il vostro orecchio è ormai abituato al doppio pedale ma a stordirvi sarà solo un lieve, insistente, costante rumore, un fruscio…come se un poltergeist stesse aggirandosi intorno a voi nell’attesa di manifestarsi. Un malsano ronzio che dura abbastanza da creare uno spiacevole senso di disagio. Eppure, lo “spirito rumoroso” non si manifesta e, come in un finale aperto di un film, il disco termina.
Un diabolico viaggio che porta oltre i confini dell’immaginabile, un’opera prima ed una band passati, ingiustamente, quasi del tutto inosservati. Se siete dei nostalgici del black metal che fu, lo apprezzerete in ogni sua sfumatura, nella produzione rimasta ancora grezza, sporca e cattiva come l’originale e, se il regno del Male non vi spaventa, lasciatevi trascinare dalla sua furia.
Nazxul is dead, long live Nazxul!