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Recensioni Top Albums Botanist :: I: The Suicide Tree / II: A Rose from the Dead
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botanistalbum
  • 2011
  • Tumult Records
  • Valutazione: 10/10

Nella vita di ognuno giunge, almeno una volta cazzo, quel momento in cui ascolti qualcosa che finisce per sovvertire ogni singolo canone artistico ed estetico, che demolisce qualsiasi convinzione si abbia al riguardo. Di rotture, di crisi estetiche ce ne sono a bizzeffe nel mondo musicale ma giunge sempre il momento in cui, anche oggi, viene fuori qualcosa che spinge ancora più avanti il confine, sia creando nuovi scenari sia amplificando quanto già è stato fatto. Nel caso del Black Metal nell' ultima decade, si è riscontrata una forte tendenza ad andare sempre più oltre se stesso, superando di gran lunga i propositi con cui era nato.

La sua estetica è stata arricchita, capovolta, sconvolta, violentata e rigenerata da zero.

Spesso e volentieri molti testi erano (e lo sono tuttora ) ispirati, schopenauerianamente parlando, alla natura e al senso di incomprensibilità che assillava l' animo umano al cospetto della sua bellezza. L' artista si alienava dal mondo e non riusciva a sentirsi parte di cotanta bellezza, una sorta di romanticismo in sostanza.

Dagli Stati Uniti giunge oggi una one-man band che capovolge tutto d' un colpo tutto, ma proprio tutto (prometto di non cimentarmi più in giochi di parole come questo) ; non solo dal punto di vista concettuale di cui sopra, ma anche l' approccio compositivo musicale.

Ma al doppio album di Botanist occorre un' ulteriore e doverosa premessa: questa è roba che non avete mai sentito. Anche se considerate i Blut Aus Nord come la più valida ed efficace realtà Black contemporanea.

Dietro il nome Botanist, si nasconde il batterista degli Ophidian Forest (band non sconosciuta a chi bazzica nell' underground black) , Otrebor. La sua prima prova da solista è un doppio album, composto di due diversi dischi, “I: The Suicide Tree” e “II: A Rose From The Dead” , che aprono una serie di cinque lavori la cui uscita è già stata annunciata.

La strumentazione consiste in: una batteria e un dulcimer. Stop.

Questa è sicuramente una delle opere musicali più ardite che io abbia mai ascoltato, il concept dell' album è incentrato tutto sul mondo degli insetti e delle piante, ogni canzone non è altro che l' insana descrizione che fa un botanico di quelle che si pensano le più innocue creature del creato. Il botanico è il portavoce di questo ecosistema, facendosi strumento nelle mani del “The Verdant realm”. Egli è dominato da “Azalea”, demone  e spirito vendicativo che lo istruisce sul come preparare il terreno all' arrivo del “Verdant Messiah” per far sì che il totale annientamento del genere umano si compia.

“Azalea” è l' incarnazione della schizofrenia, riprodotta  musicalmente in modo sublime attraverso la totale disarmonia, l' incompiutezza compositiva e l' impostazione spiccatamente Grindcore dei brani.
“I: The Suicide Tree” è pura follia, degenero mentale e musicale di autore e protagonista, crudo nichilismo clinico e tracollo di ogni valore umano. Attraverso l' imprevedibilità dei brani e il loro cinismo, Otrebor pratica una vera e propria disinfezione della psiche dell' ascoltatore, il quale viene inevitabilmente travolto dalla crudeltà che scaturisce dalla sua musica.
“II: A Rose From The Dead” invece, supera qualsiasi aspettativa possa nascere durante l' ascolto del disco precedente. Qui è come se il mondo vegetale e quello degli insetti pregustassero già l' arrivo del loro messia. Il tutto si traduce in un epilettico coro polifonico di gaudio da parte loro, la musica assume un viscerale aspetto riflessivo, l' immagine che ne viene fuori è quella di miriadi di sciami che danzano e piante che sbocciano con una terrificante e disarmante beltà.

La doppia opera di Botanist è un doppio dalla bellezza perfetta, affascinante, disarmante, non c'è nulla in questo disco che non vada bene. A partire dal concept impensabile per finire poi con la musica che per come viene pensata e messa in atto ha molto in comune con grind e freejazz potrei azzardare. Ma in tutto ciò Otebor non dimentica mai, e dico mai, le lezioni di estetica e poetica Black Metal classico che si porta dietro. Postulandone una tutta sua, non meno valida di quelle di Peste Noire, Blut Aus Nord, Portal, Gnaw Their Tongues e così via.

Due dischi che si completano l' uno con l' altro, perfetta sintesi artistica dello stile di vita simbiotico del binomio piante-insetti.

Questa è una delle più terrificanti e affascinanti odissee musicali da “The Work Which Transforms God” ad oggi, un bagaglio musicale e culturale dalla forte stratificazione che rende questi due dischi estremamente difficili da gestire. La tensione tra fascino naturalistico e abominio dello spirito è ciò che rende questi lavori ancora eccitanti. Cronache di barbariche visioni di dominio e tumulazione del genere e dello spirito umani.

Non c'è altra soluzione che ascoltarli, perché alla domanda “come dovrebbe suonare il black metal nel 2011?” la risposta, ecco, sono questi due dischi.

E poi siamo sinceri, chi non vorrebbe una Gorchidea sul proprio davanzale? Chi?


  • Tracklist:
  • Disc 1
  • Dracocephalum
  • Invoke the Throne of Veltheimia
  • Helleborus Niger
  • Whorl
  • Forgotten in Nepenthes
  • Aldrovanda Ascendant
  • Chaining the Catechin
  • Dionaea Muscipula
  • Clematopsis
  • Rhododendoom
  • Gorechid
  • Cerbera Odollam
  • Bromeliad
  • Lepidoptera
  • Euonymous in Darkness
  • Dactylorhiza Elata
  • Glycyrrhiza
  • Disc 2
  • Convolvulus Althaeoides
  • Dioscoria
  • Megaskepasma
  • In the Hall of Chamaerops
  • Quercus Lamellosa
  • Echinocereus
  • Sparaxis of Perdition
  • Feast of Saussurea
  • Wings of Antichrys
  • Monstera's Lair
  • Chiranthodendron
  • Koeleria
  • Sanguinaria
  • Dodecatheon
  • Summon Xanthostemon
  • Asclepias Curassavica
  • Strelitzia Reginae
  • Trillium Recurvatum
  • Cypripedium
  • Nephrolepsis
  • Abrus Precatorius
  • A Rose from the Dead
  • - - - - -
  • Band Website


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