
Il problema delle etichette che definiscono la miriade di generi musicali, oggi sta diventando seriamente un assillo. Non solo per chi vi scrive, ma anche tra amici nel tentare di dare delle coordinate precise riguardo ad un consiglio in materia sonora. Spesso e volentieri, come conseguenza di una serie di fattori, si vengono a creare dei simpatici equivoci: come quando leggiamo che i Metallica magari suonano death, oppure che i Maiden sono una band thrash; insomma cose del genere.
Ed è proprio grazie ad un errore di questo tipo che sono venuto a conoscenza di una delle band più sorprendenti che mi sia capitata da qui a due anni, ovvero il duo Heinali and Matt Finney. Leggendo dei post su di un blog che tratta robe strane e antipatiche, mi capita quest'album con ottima valutazione e classificato come Doom Metal. “Ain't No Night” è il titolo, e in copertina c'è il primo piano di un bicchiere di vetro vuoto, anche un po' impolverato. La curiosità sale a mille.
Ed ora eccomi qui, disco alla mano a cercare di persuadervi che questo “ Ain't No Night” sarà forse uno dei migliori dischi del 2011.
Il duo a metà statunitense (Matt Finney) a metà ucraino (Heinali) non si limita ad incidere suoni su un disco, no. Attraverso una miscela di svariati generi: partendo dall' elettronica, passando per il noise e per il post-rock(che deve piacere molto ad entrambi), per andare a finire addirittura per strizzare l' occhio allo slowcore; i due non creano semplicemente musica ma riescono a dipingere con una delicatezza a dir poco disarmante veri e propri paesaggi fatti di suggestioni ed emozioni. Tutto un mondo ci viene agli occhi sin dai primissimi secondi dell' opener “In All Directions”, un mondo dalle tinte oniriche ma riempito da una luce cupa, come a voler questa rappresentare il legame con il terreno: unica dimensione dove il dolore è reale, esiste.
Questo non è sicuramente un disco felice, anzi trasuda malinconia e disagio (“the days got colder until we reached zero. sick at christmas.it helps to be alone.”) ad ogni singolo secondo di ogni singola traccia. Le tormentate melodie fatte di distorsioni, fuzz, bpm bassi e rumori di fondo, vanno a circondare le parole pronunciate dal “cantante” Matt Finney che si limita a recitare i testi e basta, non un' accenno di canto.
I testi in questo modo assumono un significato a mio avviso maggiore e ancor più carico di responsabilità, in quanto non vi è in questo caso alcun motivo di accrescerne il peso per mezzo di variazioni nei toni e nei modi (se poi non vogliamo vederci anche una contaminazione del teatro che entra nella musica e ne diventa parte, alzando il livello di sperimentazione di quest' ultima) . Il tutto è affidato al loro significato. Forse è proprio questa sensazione di distacco che si ravvisa nel tono della voce che contribuisce a rendere così efficaci le melodie messe sù dal duo, forse inconsciamente cogliamo tutto il dolore contenuto nella musica ed è il come questo dolore viene raccontato che ci sconvolge . Freddezza che racconta la freddezza.
Quello che ci propone questo duo rientra senza ombra di dubbio nel cerchio dei generi sperimentali e dunque parlarne troppo sarebbe noioso e inutile; sono queste, cose da vivere. Se prendiamo poi in considerazione la natura estremamente emozionale del disco risulterebbe non solo futile ma anche controproducente, per quanto personali e indescrivibili sono le immagini che ci trasmette questa singolare coppia di musicisti. Un disco questo “Ain't No Night” decisamente non adatto ad ogni tipo di ascoltatore, un lavoro che mira ad esser fruito da un pubblico non solo esperto e attento ma anche mentalmente aperto nel caso non si abbia esperienza in generi musicali non propriamente convenzionali.
In conclusione questo è sicuramente il capolavoro di Heinali and Matt Finney, un duo che <<parla per immagini per tenere gli occhi aperti su quanto non si vede>>, uno di quei dischi che si spera li aiuti ad ottenere quello che realmente meritano. Uno di quei dischi di cui difficilmente ti dimentichi e che fai fatica a smettere di ascoltare, un lavoro che lascia il segno e che personalmente mi ricorda un vecchio cortometraggio, sotto molti dei suoi aspetti.
Il titolo? Un Chien Andalou.