Non è raro trovare nel mondo metal, ed in particolare quello estremo, simpatie verso l’elettronica. A parte qualche integralista degli strumenti tradizionali negli anni gli amanti del metal hanno saputo apprezzare le contaminazioni digitali, da quelle più innocue alle più estreme.
Gli Iperyt hanno ovviamente optato per queste ultime, in questo lavoro la componente elettronica è relegata al drumming particolarmente ispirato alla terror-core in nome del comune obbiettivo dell’annientamento di qualsiasi forma di umanità. La titletrack ha il compito di dare il via al massacro con raffiche di gran cassa campionata, al resto ci pensano i furiosi riffs di chitarra che, se ve ne fossero rimasti, disperdono ogni eventuale dubbio sulle intenzioni della band.
Nel metal sono quasi all’ordine del giorno certe tematiche inneggianti a odio, morte e affini.
In alcuni casi fa parte del gioco e lo si fa un po’ per tradizione, nel caso degli Iperyt l’odio trasmesso è di quelli sinceri, condito da una quasi impercettibile ironia di tanto in tanto, titoli come “Scars Are Sexy” o “A Pocket Size Of Armageddon” potrebbero essere i titoli di un qualsiasi B-movie pieno di sangue e violenze, rese ancora più raffinate dalla gratuità con cui vengono operate.
Musicalmente, a parte la drum machine del terrore, le sonorità sono vicine alla tradizione polacca del Death/Black metal, con un tocco di Grind. L’album è tutt’altro che piatto. Il riffing non appare quasi mai scontato o “riempitivo” ma riesce ad offrire all’ascoltatore una malsana ventata di odio fresco. Accelerazioni, rallentamenti, qualche cambio di tempo. Anche le armonizzazioni hanno come unico scopo quello di alimentare il clima di terrore evocato. Nessuna pietà. Nessuno stato di grazia.
Se siete amanti di musica estrema non dovete lasciarvi sfuggire quest’opera di perversione perché quando il disco giungerà al termine l’unica cosa che potrete sentire sarà il silenzio, un silenzio che è il retrogusto della distruzione.