
Chi mastica qualche rudimento di storia letteraria, conoscerà sicuramente ciò che va ad identificarsi nella dicitura di “Romanzo d’appendice”. Ai meno informati (o eruditi, che dir si voglia), basterà sapere che tale genere fu un fenomeno nato a cavallo tra fine 800 ed inizio 900, in particolare in Francia ed in Inghilterra. Erano storie brevi , in forma episodica, che in generale servivano a fare da richiamo per le testate sulle quali trovavano spazio. Gli scrittori “d’appendice” erano distanti da sperimentazioni e da impeti di grandezza, erano veri e propri “operai di scrittura”, che ad un tornio e/o a un piccone avevano sostituito carta e china. Le storie “d’appendice” erano di norma semplici e dirette (mai dozzinali), ma per tale forma, attenta soprattutto al fruitore, sono state considerate come poco affini all’essere Letteratura vera e propria.
Questo prolisso sproloquio, più che una onanistica messa in mostra di rudimenti colti, è essenziale ad inquadrare la struttura di un lavoro come “Compagni di Baal” dei nostrani L’impero delle Ombre. Si perché a parte la materia tratta da un noto serial francese degli anni 60, il disco è un vero proprio trattatello letterario. Sullo sfondo di una Parigi crepuscolare, si muovono personaggi in cerca di una via di verità (quelli positivi) o di una strada che porti al dominio assoluto (quelli negativi identificati dalla setta di Baal). È dentro questa dimensione che la band intesse il proprio narrato sonoro, un narrato fatto di Doom/Rock semplice e viscerale, che è linea di congiunzione assoluta con quanto fatto dal Tony Iommi più ispirato e che si tinge di aspetti progressivi grazie ai profondi suoni di hammond che Oleg Smirnoff mette in campo di volta in volta.
Naturalmente, come è tradizione per la band, le tracce sono tutte cantate in lingua madre ed in questo evidenziano una scelta di campo più che mai vincente, e non solo perché dotate di giochi metrici accattivanti e studiati, ma soprattutto per il modo che hanno di travolgere, nella storia di base. Come già detto, l’album è un vero proprio tributo alla serie tv e come questa non esce mai da una teatralità fosca, ma allo stesso tempo avara di inutili psicologismi, e grondante di ricercato disimpegno.
I brani presenti (eccezion fatta per “Snowblind” dei Black Sabbath, che è un vero e proprio tributo), si muovono e modificano il proprio mood di fondo seguendo la linea temporale della vicenda. “Diogene”, inquadra il personaggio che sa ciò che gli altri ignorano (ovvero dell’esistenza della setta); musicalmente la traccia è la perfetta scansione di un riff e di un motivo vocale ipnotico ma pieno di slanci. D’altra natura è i “Divoratori della Notte”, un brano oscuro e lento, quadrato e pieno di feeling misterico. A seguire, arriva uno dei brani di migliori del lotto, ovvero “Ballata per Liliana”, una canzone intensa e mai scontata nonostante il suo essere una vera propria ballata di rock elettrico. Questi sono solo alcuni esempi delle variazioni sonore del disco, che però portano sempre il marchio di fabbrica sia della chitarra di Andrea Cardellino che delle vocals di Giovanni Cardellino.
Un ultimo merito va alla produzione, secca ed asciutta come nella migliore tradizione 70’s, e che è distante dalla freddezza tecnologica d’impronta moderna.
In conclusione, a sette anni di distanza dal primo, omonimo, studio album, L’impero delle Ombre torna a regalarci un lavoro intenso, teatrale e curatissimo. A partire dall’artwork, in tono con quanto la produzione fumettistica italiana di 30 e più anni fa regalava sotto il marchio dei vari Satanik e Diabolik, all’argomentazione misteriosa, ma anche semplice e disincantata.
Per ciò che mi concerne, uno dei lavori migliori dell’anno in corso. Perché non sempre un musicista riesce ad immergersi con tanta profondità all’interno di una vicenda di fantasia pura, ma qui si è al cospetto di una meravigliosa eccezione. Benvenuti all’interno del Grand Guignol italiano.