
Mi aspettavo molto da questo come back della band australiana, ma non pensavo potessero radicalizzare maggiormente, la già fosca, miscela sonora propria. E invece, i Murkrat scelgono di inasprire maggiormente la propria proposta, rischiando di tagliare fuori una fascia d’ascolto importante. Rispetto al suo predecessore, già recensito su queste pagine, questo nuovo “Drudging the Mire”, prende maggiormente le distanze dal Doom Metal, e dalle dinamiche canoniche ad esso legate, e si avvicina a strutture dedite alla ripetizione, più consone al Funeral Doom.
A tale cambio, corrisponde anche un maggior appeal Dark; le parti di tastiera guadagnano molto spazio all’interno delle strutture delle composizioni, così come i vocalizzi di Mandy VKS Cattleprod, si spogliano, in gran parte dell’aggressività passata, dipanandosi entro contemplative estensioni. In tal senso, non sono poche le influenze Dead Can Dance che trasudano dai brani tutti. Naturalmente, come già accaduto in passato, il mood del disco si pone entro lidi paranoici ed arcani, ma questa volta a cullare le visionarie immagini dei testi, sono riffs minimalisti e ritmiche lentissime, che rendono l’album profondamente ostico, ad un orecchio poco abituo a tali sonorità.
Quanto detto, non deve far però pensare ad un lavoro di genere fine a sé stesso. Perché i Murkrat, non perdono la capacità di stupire, come accade in un brano come “I, Rodent”, un lunga marcia funebre, spezzata a metà da dissonanze, o come la seguente “Faceless”, con ancora la tastiera che segue un riff lento e stagnante. Naturalmente, le vocals di Mandy, sono ancora il perno sul quale si reggono i brani, perché è grazie ad esse se le tracce acquistano sempre il giusto plusvalore. Ovvero, quel tono piangente ed insieme imperioso che candida questo lavoro tra le uscite, fino ad oggi, più meritevoli d’attenzione dall’anno in corso.
Certo, un brano come “Electric Womb” (della durata di 15 minuti), va forse alleggerito per non lasciar scemare il cordone ipnotico che lega l’ascoltatore all’album, fatto sta che la tensione di fondo non va a calare. In definitiva, nonostante una bellezza intrinseca, che gioca a celarsi entro rigidi stilemi Funeral, l’album risulta personalissimo e degno successore dei lavori passati.
Catatonico in ogni suo slancio votato alla ripetizione ed al pianto. Maestoso nel suo riferirsi a qualche componente classica. Difficile come il più ermetico degli scritti. Se ve la sentite di affrontarlo, dopo una lunga serie di ascolti, vi regalerà sensazioni di trapasso e di ipnotica speculazione musicale.