
Cosa succede quando una band formata da ottimi musicisti e con un gran gusto per il songwriting, viene posseduta dal verbo Black Sabbath? Le risposte a tale domanda possono essere due, o la band si lascia completamente dominare e diviene una copia dei maestri di Birmingham. Oppure, come accade per i californiani Orchid si compone un disco personale ma con la testa al passato.
“Capricorn”, questo il titolo del disco, rappresenta per la band il primo Full-length, e segue a due anni di distanza l’EP, nonché prima relase ufficiale “Through the Devil's Doorway”. Lungi dall’essere una bigotta operazione dal piglio vintage, l’album si ritaglia uno spazio ideale all’interno delle produzioni dei vari Spiritual Beggars e Cathedral; ovvero, si affianca ad una operazione che mette al centro sonorità e strumentazioni 70’s, riuscendo nell’impresa di cogliere in pieno tutte le atmosfere del periodo.
Nove brani, stilisticamente, perfetti, ma non solo, capaci sin dal primo ascolto di afferrare le viscere dell’ascoltatore e di dominarne i sensi, attraverso un Doom Metal, tanto essenziale quanto ricercato nel suo essere diretto. Si va dai giri di basso inquieti di “Black Funeral”, alla titletrack che è vera propria progenie diretta di “Hole in the Sky” dei Sabbath. Il velenoso riffs ubriaco di tremolo di “Masters of It All” ci introduce entro lidi maggiormente visionari, così come la pachidermica “Cosmonaut of Three”, una traccia paranoica all’inverosimile.
A completare l’opera: la splendida voce di Theo Mindell (impegnato anche alle percussioni); una voce dotata del giusto equilibrio tra nasalità ed estensione, e non ultimi, gli intarsi di Moog che aggiungono quel sostrato polveroso ad una relase che si fa fatica a credere sia stata partorita nel 2011. E quando gli echi di “Albatross” si spengono, chiudendo il disco con quella che potrebbe divenire la “Planet Caravan” contemporanea, si ha sensazione di aver ascoltato un’ora di grande musica.
Una perla per tutti i cultori del Doom di matrice 70’s, ma anche una piccola lezione su come si scrivono dei brani, assolutamente perfetti sotto ogni punto di vista. Certo, a coloro che sono abituati alle produzioni costruite in studio questo album potrebbe non piacere, anche perché non vi è traccia alcuna di modernità.
Un band che ha fatto del manifesto “Born Too Late” un credo. Appena nato, ma già di culto.